Una lotta per libertà. Dal Rojava al mondo Reviewed by Momizat on . La notizia non interessa i “grandi” media, eppure sono ormai trecento le persone che nelle ultime settimane sono entrate in sciopero della fame contro l’isolame La notizia non interessa i “grandi” media, eppure sono ormai trecento le persone che nelle ultime settimane sono entrate in sciopero della fame contro l’isolame Rating: 0
You Are Here: Home » SPECIALE » Rassegna Stampa » Una lotta per libertà. Dal Rojava al mondo

Una lotta per libertà. Dal Rojava al mondo

Una lotta per libertà. Dal Rojava al mondo

La notizia non interessa i “grandi” media, eppure sono ormai trecento le persone che nelle ultime settimane sono entrate in sciopero della fame contro l’isolamento a cui è costretto da tre anni Abdullah Öcalan: la maggior parte sono detenuti nelle carceri turche, alcuni in Europa, Canada e in altre parti del Kurdistan. La straordinaria pioniera di questa lotta è stata Leyla Güven, parlamentare curda dell’HDP incarcerata dal regime di Erdogan il 31 gennaio 2018 solo per aver lottato per i diritti del popolo curdo: oggi si trova al 83° giorno di sciopero, in gravissime condizioni di salute, finalmente a casa, ma determinata a continuare la sua lotta. Hasbi Çakıcı e Huseyin Yıldız si trovano invece presso il Navenda çand û demokratîk di Den Haag, il Centro Culturale e Democratico di Den Haag, in Olanda: uno dei tanti Navenda, centri politici e culturali, del movimento curdo in Europa. Qui di seguito un’intervista realizzata al loro settimo giorno di sciopero della fame.

Il 20 gennaio 2019 altre due persone, Hasbi Çakıcı e Huseyin Yıldız, appartenenti al movimento di liberazione curdo, hanno cominciato lo sciopero della fame ad oltranza. La loro decisione è avvenuta a una settimana dalla visita del fratello del leader curdo presso il carcere di massima sicurezza ad Imrali in cui da vent’anni è rinchiuso Abdullah Öcalan, e da tre anni in completo isolamento, e pochi giorni prima della liberazione di Leyla Güven: entrambe conquiste ottenute con la resistenza radicale del popolo curdo e in particolare delle circa trecento persone che tra dicembre e gennaio sono entrate in sciopero della fame, la maggior parte nelle carceri turche (circa duecentocinquanta) e poi in Europa, Canada e in altre parti del Kurdistan.

La pioniera di questa lotta è stata Leyla Güven, che in un momento storico estremamente critico per la lotta del movimento curdo e delle forze democratiche confederate non solo in Kurdistan, ma in Medio Oriente e altrove nel mondo, ha deciso di rompere l’impasse mettendo in gioco il suo stesso corpo, unico strumento di libertà che le era rimasto. Güven, parlamentare curda dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli), era infatti stata incarcerata dal regime fascista di Erdogan il 31 gennaio 2018, come centinaia di altri parlamentari, giornaliste/i, attiviste/i e professori/esse, solo per aver lottato per i diritti del popolo curdo, dei popoli oppressi e in particolare contro l’operazione militare turca Ramoscello d’Ulivo contro la città di Afrin, in Rojava. Oggi Leyla si trova al 83° giorno di sciopero, in gravissime condizioni di salute, finalmente a casa, ma determinata a continuare la sua lotta per raggiungere l’obiettivo prefissato, contro i tentativi del regime turco di delegittimare la protesta attraverso risposte insufficienti ed ipocrite.

La solidarietà internazionale è tanta, da tutto il mondo sono arrivate lettere e video di denuncia e di vicinanza a Leyla Güven e agli scioperi della fame, per la liberazione di Öcalan e di tutti i prigionieri politici. Ma forse ancora non è abbastanza. Il Parlamento europeo deve assumersi la responsabilità di fermare questi crimini contro l’umanità, e così anche il CPT (Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura) di Strasburgo. E per farlo è necessario costruire uno, più fronti sociali, dal basso, che siano abbastanza potenti da costringere queste istituzioni ad agire. Ogni giorno è un giorno che passa. Le persone che stanno scioperando, per prima Leyla Güven, rischiano la morte. Sta a noi tutte/i, società civile democratica, movimenti sociali, reti femministe, antirazziste ed internazionaliste, collettivi politici, associazioni per i diritti umani, lotte territoriali e quant’altro, intervenire affinché non accada il peggio.

La lotta di liberazione del Kurdistan è la lotta per un Confederalismo Democratico dei popoli su scala globale, per un nuovo paradigma d’organizzazione sociale basato sull’autodeterminazione, la convivenza interculturale, la liberazione delle donne e di tutti i gruppi subalterni, la democrazia diretta e l’ecologia. Lottare per la liberazione di Öcalan, per la vita di Leyla Güven e di tutti gli altri scioperanti, significa permettere a un progetto alternativo, con la propria filosofia e le proprie molteplici proposte concrete di organizzazione sociale e politica, di continuare ad esistere, contro i tentativi fascisti e imperialisti di soffocarlo nelle carceri, attraverso la censura e l’occupazione militare. Significa schierarsi dalla parte delle combattenti e dei combattenti in Rojava, contro gli attacchi delle truppe militari di Erdogan che combattono con armi vendute da paesi dell’Unione Europea (tra cui l’Italia) e dell’ISIS, sostenuto a sua volta dallo Stato turco. Significa permettere di riaprire una strada per la negoziazione della pace in Medio Oriente, a cominciare dalla guerra in Siria, in Rojava, e nei territori curdi della Turchia, dell’Iran e dell’Iraq; contro una “guerra per procura” tra potenze mondiali (tra cui Usa, Russia, Israele, Cina) per il controllo di uno dei territori al mondo più ricchi di giacimenti petroliferi e minerari. Come ripete più volte Öcalan nei suoi scritti, risolvere la questione curda significa risolvere i problemi del Medio Oriente.

Hasbi Çakıcı e Huseyin Yıldız si trovano oggi presso il Navenda çand û demokratîk di Den Haag, il Centro Culturale e Democratico di Den Haag, in Olanda: uno dei tanti Navenda, centri politici e culturali, della comunità e del movimento curdo in Europa. Spazio d’organizzazione sociale, d’incontro, di formazione politica e di condivisione dal basso. Qui di seguito una breve intervista tenutasi con loro il 26 gennaio 2019, al loro settimo giorno di sciopero della fame.

Perché avete deciso di entrare in sciopero della fame ad oltranza?

Come sai, tutte le potenze mondiali, dall’Europa, all’America, a Israele, parteciparono al complotto contro Abdullah Öcalan nel 1999, quando fu arrestato. Da lì, da vent’anni a questa parte, Mr Öcalan è rinchiuso ad Imrali, in Turchia. Rinchiudendo Öcalan è stato rinchiuso tutto il popolo curdo e tutti i popoli che in Medio Oriente vogliono la libertà. Solo perché portiamo avanti una lotta contro il capitalismo e l’imperialismo. Per questo tutti i paesi europei non stanno dicendo e facendo nulla per Öcalan. Semplicemente chiudono gli occhi e si tappano le orecchie e così è da tre anni che né la famiglia né gli avvocati riescono a fargli visita. In tutto questo tempo la Turchia ha sempre usato la scusa che c’erano dei problemi, che sarebbero potuti tornare il giorno dopo o quello dopo ancora, ma la verità è che da tre anni [prima dello scorso 12 gennaio 2019, visita del fratello Mehmet Öcalan, nda] nessuno sapeva come stava Öcalan. Per questa ragione dobbiamo essere forti. Per poter liberare Öcalan. Negli anni Ottanta in Turchia c’era un regime dittatoriale e tutti coloro che erano socialisti o per la liberazione del Kurdistan venivano arrestati. Alcuni dei leader del movimento che si erano incontrati prima all’Università, Mazlum Doğan, Kemal Pir, Hayri Durmuş, ma anche Sara Sakine Cansiz che è stata uccisa a Parigi nel 2013 dai servizi segreti turchi, erano tutti in prigione in quest’epoca. E alcuni di loro cominciarono uno sciopero della fame per cui non mangiarono nulla per sessanta giorni fino alla loro morte. Questo è ciò che accadde nella prigione, “zindan” in curdo, di Amed, Diyarbakır, che non era una normale prigione. Per noi questa resistenza è fondamentale. Sempre pensiamo ai nostri amici e diciamo che le loro voci sono le nostre voci, i loro passi i nostri passi.

Come mai proprio in questo momento storico?

Leyla Güven era una parlamentare prima di essere arrestata. E ora sono circa ottanta giorni che è in sciopero della fame. Stava nella prigione di Diyarbakır, la stessa di quarant’anni fa, e ieri [25 gennaio] è stata liberata ma questo non vuol dire che si fermerà perché il nostro obiettivo è quello di rompere l’isolamento di Abdullah Öcalan e che la sua famiglia e gli avvocati possano andarlo a trovare e possano parlare con lui.

Perciò abbiamo deciso di unirci allo sciopero della fame. Perché Leyla Güven ha colpito i nostri cuori e le nostre vite e ci ha permesso di fare un passo in più. Noi vogliamo prendere parte alla sua azione e alla sua attuale posizione rispetto alla situazione politica!

È da circa quarant’anni che lottiamo per la libertà ma, sai, ci sono momenti in cui senti che non puoi più fare niente, momenti d’impasse in cui bisogna cambiare qualcosa, devi intervenire nella situazione e fare di più. Questo fu il caso di Kemal Pir e degli altri nella prigione di Diyarbakır, e anche quello di una donna, Zilan, che entrò in una parata militare turca a Dêrsim e si fece esplodere [era il 30 giugno del 1996, nel pieno di una feroce repressione e attacco militare turco contro le terre curde e contro il PKK. La guerrigliera Zeynep Kınacı (Zilan) si fece esplodere tra soldati turchi che stavano suonando l’inno nazionale turco. L’attacco di Zilan uccise dieci soldati turchi e ne lasciò feriti altri quarantaquattro. Il gesto di Zilan fu considerato una nuova nascita per il movimento curdo, nda]. Lei fu per noi un esempio, come lo fu Rosa Luxemburg. Tutti loro hanno dimostrato che quando non puoi più fare nulla devi agire e fare un passo in più. Perciò questo per noi è il buon momento.

Qual è la posta in gioco della vostra lotta?
La grande differenza tra Öcalan e il sistema capitalista è che il primo vuole che tutti i popoli del Medio Oriente siano liberi dall’oppressione, mentre il secondo da questa regione vuole soltanto il petrolio, i soldi e quindi il controllo. Inoltre hanno paura che le idee di Öcalan arrivino in Europa e diano una prospettiva alle persone. Questo significherebbe una grande crisi per il loro sistema di potere. Loro faranno il possibile per sconfiggere la nostra lotta, come fecero in Vietnam o come fece la Francia in Algeria. Hanno paura che le donne, i popoli e i lavoratori si uniscano contro il sistema imperialista.

E qual è la vostra proposta su un piano transnazionale?
Il sistema del KCK [Unione delle Comunità del Kurdistan, sistema politico di tutti coloro che si organizzano nel Confederalismo Democratico, nda] è ovviamente per il popolo curdo, ma anche per quelli del Medio Oriente, e per quelli dell’Europa e di tutto il mondo. Non è basato su un’identità, un Paese o una regione. È trasversale a tutta la società e combatte prima di tutto per la liberazione delle donne. Öcalan sostiene che non importa se curde o non, ma il primo obiettivo è che tutte le donne siano libere dalla dominazione patriarcale. E questa è un’altra ragione importante per cui l’Europa e le forze imperialiste hanno paura di noi.

Io sono prima di tutto una persona, un uomo, e questo va al di là dell’etnia, arabi, curdi, eccetera. E come persona io voglio che tutti i popoli possano liberarsi fuori dal sistema capitalista. E la liberazione di Öcalan è il primo passo per la liberazione di tutti i popoli.

di Gea Piccardi, Comune Info

© 2013 UIKI Onlus Team

Scroll to top