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Un ulivo intriso di sangue: qual è la situazione oggi a Afrin ?

Un ulivo intriso di sangue: qual è la situazione oggi a Afrin ?

Il cantone di Afrin nel nordovest della Siria, un tempo era un rifugio per migliaia di persone in fuga dalla guerra civile nel Paese. Costituito da bellissime piantagioni di alberi d’ulivo disseminate in tutta la regione da Rajo a Jindires, i locali coltivavano la terra e ricavavano di che vivere dal suo suolo ricco. Questo è cambiato quando la regione quest’anno è finita sotto occupazione turca.

Sotto l’amministrazione del consiglio di Afrin – una parte della ‘Federazione Democratica Siria del Nord’ (FDSN) – la regione era relativamente stabile. I componenti del consiglio erano funzionari eletti a livello locale con una varietà di provenienze, come il funzionario curdo Aldar Xelil che in precedenza faceva parte della direzione del Movimento per una Società Democratica (TEVDEM) – una coalizione politica di partiti che governano la Siria del Nord. I bambini studiavano nella loro madrelingua — curdo, arabo o siriaco — in un Paese dove i Ba’atisti prima avevano vietato l’istruzione curda. Le locali Forze di Autodifesa (HXP) lavoravano in collegamento con le Unità di Difesa del Popolo (YPG) per tenere l’area al sicuro da minacce esistenziali come gli attacchi delle Forze di Sicurezza Turche (TSK) e dell’Esercito Siriano Libero (ESL).

Questo stato delle cose è proseguito fino all’inizio del 2018, quando la Turchia ha scatenato un’operazione militare a tutto campo chiamata ‘Ramoscello d’Ulivo’ per cacciare il TEVDEM da Afrin. Il governo turco considera il TEVDEM e il suo partito guida, il Partito dell’Unione Democratica (PYD), un’estensione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) – considerato in Turchia un’organizzazione terroristica. Con il pretesto di difendere i suoi confini dal terrorismo, il governo turco ha mandato migliaia di truppe a Afrin con l’assistenza di forze dei suoi alleati a Idlib e nei territori occupati da Scudo dell’Eufrate. Questo ha costretto il consiglio di Afrin all’esilio e ha espulso sia i residenti di Afrin che i suoi difensori. Le TSK e l’ESL sostenuto dalla Turchia (TFSA) hanno bombardato la regione e alla fine hanno preso il controllo di Afrin città il 18 marzo – gridando vittoria.

Durante la campagna di bombardamenti condotta dall’artiglieria e aviazione turca, migliaia di persone hanno perso le loro case. Molti civili sono fuggiti nelle regioni vicine, principalmente a Shahba, per cercare rifugio lontano dai combattimenti. Le YPG e HXP hanno difeso le aree che potevano, ma poi hanno preso la decisione tattica di ritirarsi per proteggere i civili. Quei combattenti che sono rimasti, stanno resistendo contro l’occupazione con alcuni gruppi formatisi come i ‘Falchi di Afrin’ per uccidere obiettivi nel TFSA.

A sette mesi dal completamento dell’operazione militare della Turchia, Afrin resta sotto occupazione turca. Migliaia di ex residenti sono sfollati e ora vivono fuori dalla regione in campi profughi come i campi a Shahba. Privati delle necessità di base, come l’acqua corrente, e privi di elettricità, la vita di questi civili sfollati è dura. Non sono in grado di tornare alle loro case perché i miliziani che hanno preso Afrin o hanno distrutto le case durante il processo di invasione o le stanno completamente saccheggiando e occupando.

Sotto l’occhio attento del governo turco, questi miliziani TFSA che occupano Afrin, stanno prendendo oggetti personali lasciati dai civili in fuga. Dopo aver saccheggiato le case, i miliziani vi si insediano con le loro famiglie. Aggiungendo l’insulto al danno, il governo turco li premia con la cittadinanza turca e aiuta a facilitare il passaggio sicuro di miliziani di Jaysh al-Islam e di altre forze dell’opposizione, in fuga da posti come Ghouta Est, a Afrin.

Centinaia di migliaia di famiglie dalle regioni sudoccidentali di Ghouta e Daraa accompagnano questi miliziani. Attraverso la ‘politica di reinsediamento’ del governo turco, migliaia di rifugiati siriani all’interno dei suoi confini vengono reinsediati a Afrin e nei territori di Scudo dell’Eufrate. Questa politica di reinsediamento ha impattato sul cantone di Afrin, un tempo prevalentemente curdo. Case curde ora si stanno riempiendo di famiglie arabe in quello che appare uno sforzo coordinato dal governo turco per modificare la demografia della regione.

Scuole che un tempo insegnavano il curdo insieme a altre lingue come parte del piano di studi, ora stanno ridicendo l’accesso allo studio della lingua. Insegnanti curdi vengono sostituiti da insegnanti arabi. Nelle scuole in luoghi come al-Caviz, la lingua curda non viene più insegnata. Ai bambini viene invece insegnato un piano di studi arabo-centrico che ricorda il sistema del regime Baath. Ma la lode di Assad è stata sostituita dalla lode di Erdogan – come risulta evidente dai video di propaganda turchi che arrivano dalla scuola.

Pulizia etnica a Afrin:

Nel corso dei giorni iniziali dell’operazione, il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha reso chiaro che il suo governo avrebbe reinsediato rifugiati siriani arabi che vivono in Turchia:

“L’intera questione è questa: il 55 percento di Afrin è arabo, il 35 percento sono curdi che sono stati ricollocati successivamente, e circa il sette percento sono turkmeni. [Noi intendiamo] restituire Afrin ai suoi legittimi proprietari …. Ospitiamo circa 3.5 milioni di siriani [come rifugiati]. Noi vogliamo rimandarli nelle loro terre prestissimo …”

La popolazione di Afrin consiste di abitanti in prevalenza curdi che hanno vissuto nella regione per secoli — molto prima dell’esistenza dello Stato turco. Ma le dichiarazioni del Presidente turco sono intese a rivedere la storia e giustificare la politica statale. Erdogan non è il primo leader turco che rivede la storia per giustificare la politica statale, specialmente se questa politica mira ai curdi. Quando questo revisionismo viene usato per giustificare l’espulsione di migliaia di persone di un gruppo dalle sue originarie terre natie, allora ci sono motivi per chiamare un’azione del genere ‘pulizia etnica’ — un crimine di guerra.

La storia ci racconta che quando ci sono segnali di pulizia etnica in corso, il genocidio segue a breve. Per esempio durante la guerra in Bosnia, la Repubblica Serba ha forzatamente espulso migliaia di musulmani bosniaci e scacciato questi individui dalle loro terre di origine. Nei mesi successivi, l’occupazione delle forze serbe in posti come Srebrenica è diventata violenta e è risultata nella morte di migliaia in quello che oggi è noto come un ‘genocidio’. Afrin non è ancora vicina a questo stadio, ma è importante tenere a mente a cosa spesso arriva la pulizia etnica.

Sciovinismo di Stato turco

Manifestando una disattenzione per i fatti e gli abitanti originari della regione, Erdogan ha passato settimane — nientemeno che in preparazione delle elezioni — entusiasmando il Paese per la dispendiosa operazione. Sfruttando il fervore della nazione, Erdogan ha legittimato la violenza contro i critici, unendo ultranazionalisti e attuando rigide leggi di censura all’interno del Paese. Questa manifestazione di sciovinismo turco in forma di legittimazione ultranazionalista, faceva paura. Ancora più paura metteva l’estensione assoluta con la quale i critici all’interno del Paese venivano rinchiusi. Coloro che osavano criticare l’operazione del governo si ritrovavano o arrestati con accuse di ‘complici del terrorismo’ o picchiati da ultranazionalisti.

Lo sciovinismo turco non si è fermato ai confini del Paese, ma si è esteso anche alle linee del fronte. Soldati sul fronte manifestavano il loro fervore per l’operazione attraverso canzoni nazionaliste e mostrando il saluto dei ‘Lupi Grigi’. Altri mostravano il loro orgoglio attraverso il piacere sadico nel filmare civili di Afrin torturati e appendendo bandiere turche sugli edifici conquistati. Alcuni hanno perfino bruciato bandiere curde davanti alle telecamere – un segno di sentimento anti-curdo del quale ora Erdogan afferma che non fosse presente.

Quando soldati di TFSA e TSK sono entrati a Afrin città, la statua curda del fabbro Kawa che a lungo era stata il cuore della città, è stata abbattuta affermando che si trattasse di una statua del leader del PKK in carcere Abdullah Ocalan. Anche strutture antiche non sono state risparmiate nell’offensiva, con il tempio di Ain Dara danneggiato dall’aviazione turca. Il livello di distruzione arrecato a monumenti di civiltà un tempo grandi in Siria attraverso questa guerra siriana addolora. Si dice che il senatore USA Hiram Johnson un tempo abbia affermato, ‘la prima vittima quando arriva la guerra è la verità’. Si potrebbe aggiungere che la seconda vittima della guerra è la storia.

Occupazione turca:

Dopo aver espulso da Afrin il consiglio di Afrin eletto a livello locale e il governo del TEVDEM, la regione è stata messa dopo una nuova amministrazione. Considerando che ricadesse sotto il controllo della provincia di Hatay nel sudovest della Turchia, funzionari nominati dal governo turco stanno gestendo la regione in accordo con la politica statale. Ogni incaricato messo al controllo del cantone viene pagato in Lire turche e si trova sotto la supervisione del TSK.

Un consiglio a interim ‘locale’ formato prima dell’invasione, sta amministrando la regione insieme al governo turco. Questo modello di controllo congiunto è stato adottato da altre aree sotto occupazione turca come quelle che comprendono i territori dello ‘Scudo dell’Eufrate’ (area Jarabulus-al-Bab). Il modello ha somiglianza con il modello adottato dalla Turchia e dalla Francia per la Repubblica di Hatay negli anni 1930. Questo fu, ovviamente, prima dell’annessione dello Stato da parte della Turchia nel 1939. Non sarebbe sorprendente se si intendesse formare una ‘Repubblica Turca della Siria del Nord’, alla stessa stregua della ‘Repubblica Turca Cipro Nord’ e di altre aree occupate, quando alla fine il controllo turco viene consolidato.

L’annessione di Afrin da parte della Turchia riflette l’ideologia del neo-Ottomanesimo che è sostenuta da un ampio segmento di nazionalisti turchi all’interno del Paese. C’è un desiderio di migliaia di cittadini turchi di ristabilire la Turchia come potenza globale. Un desiderio che la Turchia reclami la sua storia e stabilisca il controllo sui vecchi Stati ottomani nel Medio Oriente. Questo senso di nazionalismo si estende a istituzioni religiose, con imam turchi — e Erdogan— che cercano di ‘persuadere’ il mondo islamico che la Turchia è la sua protettrice e unica rappresentante.

Anche istituzioni militari sono state toccate da questa ideologia. Questo si riflette nella politica estera turca degli ultimi due decenni in aree come Cipro e Siria. La costruzione di basi militari per un’occupazione a lungo termine con il pretesto di ‘combattere il terrorismo’ e la costituzione di un’amministrazione che non riflette i desideri della popolazione locale, suggeriscono che in gioco c’è qualcosa di più sinistro. Quando l’amministrazione sostenuta dalla Turchia prende ordini da Ankara, è considerata de-facto parte della Turchia, paga i suoi dipendenti in Lire turche e da la cittadinanza ai combattenti, quello che si rivela davvero è imperialismo. Lo sviluppo dell’infrastruttura turca a Afrin non fa che dimostrarlo ulteriormente.

Silenzio e Violenza:

La Comunità Internazionale è rimasta in silenzio rispetto all’operazione militare della Turchia e all’occupazione di Afrin. Appelli di ‘profonda preoccupazione’ sono stati ripetutamente pronunciati durante tutta la conduzione dell’operazione, ma poco è stato fatto. Non si è tenuto alcun incontro di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, né alcuna nazione ha ostacolato la Turchia. Complessivamente la Comunità Internazionale è stata complice dell’operazione della Turchia. Questo non è stato sorprendente data la ‘importanza’ strategica della Turchia come membro dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), continuando una lunga tendenza dei governi occidentali a rimanere in silenzio sulle ingiustizie commesse dai loro alleati, certamente condannando quelle dei suoi nemici. In tutto il mondo manifestanti sono scesi nelle strade per fare quello che i loro governi non facevano.

La resistenza a Afrin continua per rimuovere l’esercito occupante dal controllo della regione. Gli attacchi continuano a prendere di mira a coloro che sono correi delle forze di occupazione, compresi quei funzionari che assistono la Turchia. Anche mine esplosive lasciate dai combattimenti continuano a uccidere forze di TSK e TFSA. Le YPG hanno giurato di riprendere Afrin dalla Turchia, anche se è improbabile che questa occupazione finisca presto. Con l’offensiva di Idlib all’orizzonte per il regime a Damasco, forze turche vengono sparse in tutte le zone di occupazione, da Idlib a al-Bab.

La relazione tra i garanti della Siria — Russia, Turchia e Iran — continua a fluttuare mentre la Turchia scommette su cosa fare a Idlib. L’occupazione di territori all’interno della Siria è stata dispendiosa per la Turchia e la prospettiva di un’offensiva contro Idlib non fa che esacerbare la situazione. Erdogan vuole continuare a essere percepito all’esterno come un ‘leader forte’ con il dispiegamento di potenza militare, allo stesso tempo mettendo in atto all’interno un giro di vite contro il crescente dissenso. Questa situazione non continuerà per sempre.

La guerra in Siria ora è al settimo anno. Centinaia di migliaia di persone sono morte e oltre due milioni sono sfollate. Il mondo continua a stare a guardare mentre continua la crisi umanitaria, incontrastata e senza dare alcun chiaro segno di cessazione. Dittatori continuano a controllare il Paese con poca risposta da parte della Comunità Internazionale. Il sangue del popolo della Siria continua a essere versato.

Nonostante la morte, la distruzione e la devastazione creata nel Paese, ci sono segni di sviluppo e progresso. Nel nordest della Siria, la popolazione sta creando comunità e scegliendo di vivere. Potrebbe esserci la minaccia di invasione da parte della Turchia da nord e di un’invasione da parte del regime da sud, ma questo non scoraggia lo spirito di questa gente. Bambini giocano nelle strade di Kobane – una città un tempo devastata da Daesh – con gioia, famiglie arabe e curde a Manbij coesistono le une con le altre. Ci sono raggi di luce nell’oscurità. Queste luci a volte sono tutto ciò che serve per creare speranza per il futuro.

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