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Turchia, avvocati sotto torchio: la pressione internazionale non basta

Turchia, avvocati sotto torchio: la pressione internazionale non basta

Tempestivamente, alla vigilia di un processo che vede imputati 22 avvocati, è stata convocata ad Istanbul una conferenza internazionale sul diritto di difesa oggi in Turchia.

Ai primi di agosto scorso è stato revocato lo stato di emergenza imposto due anni fa, all’indomani del tentativo di colpo di stato.

Ritorno alla normalità dunque? E magari anche cancellazione dei decreti (decreti, si badi, e non leggi, provvedimenti dunque mai passati per il parlamento) massimamente autoritari e repressivi?

Niente affatto, purtroppo.

A parte il fatto che ben prima dell’emergenza era iniziato l’attacco agli avvocati e al diritto di difesa – ci ricordiamo tutti la scena degli avvocati picchiati e trascinati fuori dal tribunale nel 2013, ai tempi di Gezi Park – il presidente ed il parlamento, pochi giorni prima della revoca dell’emergenza, avevano passato norme che preventivamente salvavano la sostanza di quasi tutti i decreti emergenziali: il fermo e l’arresto senza possibilità di intervento del difensore è stato portato a 14 giorni consentendo così la pratica della tortura; si è tenuta ferma la videoregistrazione dei colloqui fra difensore e imputato detenuto; è stata ribadita l’impunità delle forze dell’ordine per i reati commessi durante o in occasione di manifestazioni.

E’ specialmente l’ampliamento della videoconferenza in udienza, la cui decisione è rimessa al giudice, che sembra allarmare particolarmente i colleghi turchi.

Né li consola il fatto che, per certi reati, in Italia, per esempio, la videoconferenza è prevista per legge e dunque non è possibile nemmeno tentare di convincere il giudice della sua inopportunità o illegittimità.

Nei due anni dell’emergenza 1485 avvocati sono stati e risultano tuttora indagati, di questi 520 sono finiti o sono tuttora in prigione e 79 sono stati già condannati in via definitiva, in genere con la solita accusa di terrorismo e dunque con pene pesanti. Numeri che spaventano o almeno intimidiscono.

Altrove, nel pubblico impiego, va anche peggio: 6.030 accademici licenziati o rimossi e solo 130 reintegrati a seguito di ricorso, indipendentemente dai 2.000 “Accademici per la Pace” che firmarono un appello per la cessazione delle violenze governative in Kurdistan nell’inverno 2016- 2017 e per questo stanno subendo processi.

Eppure, il numero di avvocati sembra piccolo se comparato con i 50.000 studenti finiti in carcere, in genere sulla base di denunce anonime, confezionate dalla polizia.

Persino i magistrati (e i militari) sono stati rimossi a migliaia e alla rimozione consegue la confisca della pensione e dei beni personali e addirittura, in certi casi, quelli di famiglia. Nonché l’impossibilità di accedere a qualunque altro impiego pubblico o di recarsi all’estero. Ma è difficile anche un vero e proprio lavoro privato, per il clima di sospetto che si è instaurato. Rimanendo ai giudici, ci dice una collega molto attenta, «non si

NEI DUE ANNI DELL’EMERGENZA 1485 LEGALI SONO STATI E RISULTANO TUTTORA INDAGATI, DI QUESTI 520 SONO FINITI O SONO TUTTORA IN PRIGIONE E 79 SONO STATI GIÀ CONDANNATI IN VIA DEFINITIVA

salutano più tra loro nemmeno nei corridoi, per timore che un domani l’altro collega venga indagato.

E tu pure sol perché eri suo amico».

Ai difensori che sono o sono stati indagati può essere impedito di difendere in altri processi per reati simili ( tipicamente, per reati di terrorismo): la decisione è rimessa alla magistratura. Il divieto non viene applicato molto spesso, ma costituisce una spada di Damocle sempre incombente.

Ampliando la visuale: tutti quelli che aspirano ad un posto pubblico sono sottoposti ad un “security check” e, anche se non sono in una “security list” per avere subito indagini, carcerazioni o condanne, basta essere stato segnalato anche in un remoto passato come partecipante ad una manifestazione studentesca per essere esclusi.

All’interno di questo clima si trovano ad operare i colleghi turchi: fra norme liberticide, sospetti, prigione. Eppure la conferenza di Istanbul, convocata dai Consigli dell’Ordine ( Bar Association) delle maggiori città e dalla Associazione degli Avvocati Progressisti ( Chd) falcidiata in questi anni, ha mostrato degli avvocati che non rinunciano ad operare per recuperare un minimo di legalità nelle pieghe di un processo che è processo solo di nome, anche se spesso si stenta oramai a rintracciarla. Convinti che sono sì gli avvocati ad essere colpiti, ma perché si vuole colpire il diritto alla difesa.

Come ha acutamente osservato Rasit Tukel, già presidente nazionale dell’ordine dei medici, oramai si assiste ad uno sdoppiamento della Costituzione: per alcuni cittadini, vale più o meno ogni diritto; per altri ogni diritto viene negato: la libertà di parola e di espressione, il diritto all’istruzione e al lavoro fino alla libertà in sé stessa. La differenza sta tutta fra chi è “reasonable citizen” e chi invece è “unreasonable citizen”.

I colleghi hanno anche individuato due battaglie concrete da affrontare subito: quella contro le videoconferenze, che snaturano quella larva di processo che sussiste nel paese, e il diritto a ricostruire le associazioni degli avvocati, tutte ( ma proprio tutte, eccetto i consigli dell’ordine) disciolte e recuperare così un po’ della forza che solo l’agire all’unisono consentirà alla categoria di riprendersi.

Nel mentre discutevamo di ciò in conferenza, il 7 settembre, giunge notizia che si sta procedendo contro altri 49 avvocati di Ankara, per terrorismo, come al solito.

di Ezio Menzione, Osservatore Internazionale per l’UCPI

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