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Siria / Jinwar, il villaggio delle donne. Uno spazio dove rinascere

Siria / Jinwar, il villaggio delle donne. Uno spazio dove rinascere

Un esperimento tutto al femminile nella Siria del Nord, in Rojava, dove le donne sono state protagoniste di una rivoluzione.

In Rojava, Siria del nord, dove le donne sono state protagoniste di una rivoluzione, si sperimenta un nuovo modo di stare insieme, alla ricerca di quella autenticità fuori dai modelli patriarcali, dove l’emancipazione delle donne e degli uomini è al centro della vita comunitaria.

Il villaggio delle donne sorge in Rojava nel Cantone di Cizire, vicino alla città di Dirbèsiyè, Jinwar in curdo vuole dire Jin / donna, War / luogo di nascita-origine. Nel villaggio che stanno costruendo, le donne intendono riappropriarsi di quella storia che il patriarcato ha fatto sparire. Sono state le donne anticamente a divenire stanziali, a coltivare la terra, a conservare le provviste, da sempre le donne generano vita, si prendono cura della comunità. Questo vuole essere Jinwar un luogo dove mettere insieme le energie e i saperi delle donne, sperimentare e costruire un nuovo modo di fare comunità.

Speravo già nel 2017 nella seconda missione di Ponte Donna a Kobane dove mi recavo per visionare il progetto della Casa delle Donne, (finanziamento della Chiesa Valdese), di poter andare a conoscere questa realtà, ma era gennaio e la neve e il gelo ha reso impossibile arrivarci.

In questa ultima missione di giugno 2018 in occasione dell’inaugurazione e consegna della Casa delle donne alle KongraStar (organismo che gestirà la Casa) è stato possibile visitarla.

Arrivate al villaggio Jinwar, ci accoglie Nujin una ragazza tedesca di 27 anni membro del comitato costitutivo del villaggio, – saputo di questa esperienza ci dice non ha resistito, sono voluta venire nel Rojava per dare il mio contributo, ma soprattutto imparare, mi trovo qui da un anno e mezzo. Mentre Nujin ci accoglie sotto una pergola e ci fa sedere su una panca offrendoci un bicchiere di acqua e un poco di anguria per rifrescarci dai 40 gradi, io non resisto, ascolto ciò che ci dice Nuijn, ma nello stesso tempo i miei occhi sono curiosi e guardano intorno, le domande da fare sono troppe, come anche il piacere di essere in quel luogo.

‘Vogliamo cambiare il mondo, lo stiamo facendo, in questo villaggio i diritti sono uguali per tutti, per questo la sperimentazione di Jinwar è molto importante per noi. Prosegue dicendo che l’idea nasce nel 2015 “volevamo costruire un luogo con le nostre stesse mani. Nel 2016 si formò il comitato in cui erano rappresentate le diverse associazioni femminili del Rojava, il cui obiettivo era sancire i principi sulla base dei quali un’esperienza di tal portata avrebbe avuto vita. Il 25 novembre dello stesso anno, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne, nel corso di una conferenza stampa è stata data la notizia del progetto. Il corpo centrale del villaggio dove stiamo conversando è uno spazio comune, le pareti sono disegnate e riportano simbologie femminili”.

Si aggiunge a noi una giovane ragazza olandese, che come Nujin si trova lì per lo stesso interesse.

“Il sogno è realizzare una società senza denaro, possiamo organizzare un sistema di baratto con i paesi vicini, vogliamo produrre i beni necessari ai nostri bisogni, raccoglierli e mangiarli tutte insieme”.

Ci spiega che vogliono vivere in modo ecologico nel rispetto della natura, quindi il rapporto con essa diventa elemento centrale. “Lavorare con la natura, con la terra, significa viverla come fonte di evoluzione”.

Intanto in lontananza osservo un gruppo di donne e uomini con stivaloni che con i piedi fanno un impasto fatto di grano e fango, con una carriola trasportano l’impasto ad altre donne che lo mettono dentro ad una forma rettangolare e poi al sole ad asciugare. Vedo montagne di mattoni, pronti per essere messi in opera. Al momento hanno costruito 30 case, in fondo, di fronte a noi vedo in fase di costruzione una scuola e una Akademia dove le donne faranno corsi di vario genere tra i quali medicina naturale. Sono state previste anche una casa per il comitato di sanità, magazzini per i prodotti agricoli.

Mentre parliamo ci fa visitare il villaggio, entriamo nelle case, semplici ma confortevoli, tappeti in terra, soffitti fatti con travi di legno, un quadro appeso riporta con una scritta: una vita giusta non può essere vissuta in una società sbagliata ma la giusta lotta può essere combattuta ovunque i sistemi di dominazione opprimano le persone.

Con Patrizia Fiocchetti, in missione con me per la cooperativa Noncello (per portare materiale sanitario a Kobane), siamo senza parole o forse troppe cose da chiedere, tante le curiosità.

Torniamo sotto la pergola, una donna dal viso sereno porta altra acqua e ci regala sorrisi, Nujin ci dice che lei ha nove figli, non vive nel villaggio ma viene ogni mattina, finita la scuola la raggiungono i figli, infine il marito, la sera poi tornano a casa tutti insieme. Lei fa parte del comitato del villaggio, come molte altre donne che fanno richiesta ma ha deciso di vivere con la famiglia.

“A Jinwar ci – spiega Nujin – si vuole sperimentare una nuova idea di relazioni anche e non solo nell’ambito del rapporto di coppia, che contemplino la scelta da parte della donna di un modello di vita indipendente, al di là di sentimenti e obblighi, che metta al centro i termini di una società libera da costruire”.

Prosegue dicendo “gli uomini sono i benvenuti, questo villaggio non è ne intende diventare un luogo di isolamento dal mondo, un luogo chiuso per sole donne. Ma gli uomini non dormiranno nel villaggio né tantomeno avranno ruoli organizzativi, noi donne tutte insieme decideremo come governarci”.

Il tempo che abbiamo è poco, Rojin ci fa segno di andare, mentre mi alzo sento di avere ancora tante domande e mentre sono in piedi dico di tradurmi un’ultima cosa. Penso all’Italia a quante donne vorrebbero fare anche una esperienza originale come questa, penso alle donne che subiscono violenza a quante ne ho ascoltate e verrebbero vivere in un luogo come questo, un rifugio dalla violenza maschile che non vuole dire solo maltrattamento fisico, penso alle donne lesbiche, alle nere a tutte le donne discriminate nel nostro civile occidente.

Allora guardo Nujin e chiedo, ma le domande per venire a vivere a Jinwar nel villaggio delle donne sarà infinito, come farete? Lei mi guarda, sorride e dice, costruiremo altri villaggi, quanti ne bastano alle donne che ne faranno richiesta, continueremo il nostro lavoro di liberazione.

di Carla Centioni, Noi Donne

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