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Si parla di nuovo della diga di Ilısu – ma la distruzione va avanti

Si parla di nuovo della diga di Ilısu – ma la distruzione va avanti

La discussione sulla diga di Ilısu e il progetto di centrale idroelettrica sul Dicle (Tigri) nel Kurdistan del nord e la rispettiva critica, sono di nuovo aumentate nell’estate del 2017. Per anni nell’opinione pubblica c’era stato un relativo silenzio, solo raramente notizie sul progetto Ilısu e l’antica località di Heskîf (Hasankeyf), minacciata di essere sommersa dalle acque, sono arrivate nei media mainstream o più importanti in Turchia e a livello internazionale. Solo media curdi e alcuni media di sinistra si sono interessati in modo più regolare della situazione del progetto più controverso al mondo di chiusura di una valle.
Un passo indietro …

Il progetto Ilısu è stato avviato nel 1997 dal governo turco e le campagne contro questo progetto distruttivo risalgono praticamente allo stesso periodo. Era utile solo al governo di Ankara, ad alcune grandi imprese come Cengiz e l’austriaca Andritz e alcuni grandi proprietari terrieri. La popolazione sul posto ne pagherebbe il prezzo a livello sociale, culturale e a livello ecologico sarebbe – nel vero senso del termine – una catastrofe. Anche per questo si è creata un’opposizione. Si esprime dal 2006 nella »Iniziativa per il Salvataggio di Hasankeyf« (HYG). Al centro della discussione si trova Heskîf, abitata senza interruzioni da 12.000 anni e un elemento importante dell’identità della popolazione locale. Ma andrebbe perso anche di più: la valle del Dicle per 136 km di lunghezza e più 260 km larghezza del percorso di affluenti laterali, con 199 villaggi verrebbero sommersi in parte o del tutto dalle acque del lago artificiale.

Per descrivere in modo diverso la perdita che si prospetta: una parte del cuore della Mesopotamia superiore verrebbe distrutta se il progetto Ilısu non verrà fermato. La popolazione non è ancora pienamente consapevole di quello che andrebbe perso. Noi sosteniamo che porterebbe addirittura ad un trauma sociale. Perché la valle del Dicle dona alla società una particolare varietà e profondità.

Per anni la parte della società all’opposizione che ha evitato questa distruzione che si avvicinava, è stata rimossa. Quando dopo numerose campagne il finanziamento internazionale nel 2009 è stato fermato per la seconda volta, il governo turco si è fatto carico dei rischi finanziari e ha avviato nel 2010 la costruzione attraverso il Consorzio Ilısu. A questo né attiviste e attivisti né altre organizzazioni sono stati in grado di opporre seriamente qualcosa. Anche se è incredibilmente difficile far cadere definitivamente progetti di investimento maggiori del governo dell’AKP – vedi Gezi-Park, il progetto della miniera di Cerattepe, altri grandi progetti a Istanbul – sarebbe stato possibile iniziare una campagna forte. La campagna che dal 2012 si è formata in Iraq contro il progetto Ilısu, »Save the Tigris and Iraqi Marshes«, in quegli anni è stata qualcosa di positivo, anche perché collabora con HYG, ma non è stata in grado di mettere il governo irakeno abbastanza sotto pressione perché questo procedesse a livello internazionale contro il progetto Ilısu. Da tenere presente è che il progetto Ilısu è un grande pericolo anche per l’approvvigionamento di acqua potabile e per l’agricoltura dell’Irak.

Solo nel 2015 si è delineato un rafforzamento della campagna contro il progetto Ilısu. Ma questa circostanza poi è stata di nuovo fortemente limitata dalla guerra del governo dell’AKP in Kurdistan del nord nell’estate del 2015 e dallo stato di emergenza in vigore dal luglio 2016.
Come sono tornati nei media Ilısu e Heskîf?

Quando la HYG il 14.08.2017 con un comunicato stampa ha reso noto che pezzi di roccia del monte della fortezza venivano distrutte con esplosivi e ha pubblicato anche un video in proposito, questo nel giro di poche ore è stato diffuso in tutta la Turchia. Queste immagini hanno portato a forti proteste nei social media e molte organizzazioni della società civile si sono espresse contro il progetto Ilısu. Svariati media liberali di sinistra e alcuni media mainstream ne hanno riferito. Nei giorni successivi sono stati pubblicati articoli anche da media noti a livello internazionale.

Per via della grande critica pubblica, l’Agenzia Idrica Statale (DSI) responsabile del progetto Ilısu, ha dichiarato che non sarebbe stato usato esplosivo e che l’obiettivo sarebbe stato di proteggere civili dalla caduta di massi. Che questa fosse una bugia, lo ha confermato la popolazione locale nelle sue prese di posizione nei media. Hanno anche riferito che le esplosioni hanno creato paura nella popolazione – in particolare nei bambini – a Heskîf.

Il vero obiettivo di queste distruzioni è molteplice: Si vogliono espellere le persone da Heskîf, far crollare del tutto il turismo e creare sufficienti macerie per l’antico porto previsto adiacente al monte della fortezza – quest’ultimo è pianificato per il periodo dopo l’allagamento. Per lo Stato e le imprese è molto più conveniente usare queste pietre come materiale per la costruzione che far arrivare materiali da fuori. Inoltre circa 200 grotte create dall’uomo – con le 5.500 esistenti, a Heskîf ce ne sono il doppio di quante ce ne siano in Cappadocia – intorno al monte della fortezza dovranno essere murate con il cemento. Le rocce sono di calcare e dopo l’allagamento potrebbero erodersi molto velocemente. La distruzione di migliaia di anni di storia dell’umanità in questo modo viene accettata per il profitto di alcune imprese.

Un altro scandalo in questo contesto è che un secondo permesso ufficiale del consiglio regionale necessario per il mantenimento dei beni culturali, è stato concesso solo dopo l’inizio della distruzione delle rocce. Quindi alcune delle esplosioni erano illegali. A settembre, dopo le distruzioni, imprese edili hanno iniziato a lavorare con le macerie delle esplosioni.

La distruzione delle rocce è una nuova fase nell’ »intervento fisico« a Heskîf. Il danno irreparabile è iniziato già nell’autunno 2014, quando si è iniziato a rivestire con nuove pietre i tre pilastri dell’antico ponte storico sul Dicle che ha almeno mille anni. Questa copertura con pietre naturali stagne in un colore simile, a livello ufficiale viene descritta come una misura conservativa mirata a proteggere i pilastri sommersi dall’acqua fino a quando il lago artificiale, tra circa settant’anni, sarà di nuovo sparito. In effetti si tratta di una degradazione irreparabile, dato che le nuove pietre vengono applicate su quelle vecchie, ossia incollate, e non possono più essere rimosse. Sia come sia, se ci fossero state proteste a questo proposito, le successive distruzioni sarebbero state più difficili da realizzare. All’epoca la repressione politica era molto minore di quanto sia ora.

L’eredità culturale di Heskîf deve la sua spiccata unicità alla combinazione con la circostante valle del Dicle e l’ambiente naturale. Da anni il governo turco sostiene che con la creazione del parco culturale adiacente alla nuova località di insediamento Hasankeyf Nuova, l’eredità culturale di Heskîf verrebbe salvata. Perché senza il finanziamento derivante dal progetto Ilısu non ci sarebbero fondi e Heskîf si sgretolerebbe, dato che anche la popolazione locale non è in grado di proteggerla. Propaganda pura, e tutta la propria responsabilità viene occultata.

Il trasferimento di monumenti va rifiutato per due motivi: i monumenti in un luogo senza nessi perdono in larga misura di significato e il pericolo della loro distruzione o danneggiamento per via della loro età e del materiale con cui sono costruiti è grande.

Il secondo passo nella distruzione dell’eredità culturale di Heskîf è stato nel maggio 2017 lo spostamento del mausoleo Zeynel-Bey nel parco culturale presso Hasankeyf Nuova. Secondo la DSI complessivamente andranno spostati nove monumenti. I preparativi per lo spostamento del monumento Zeynel-Bey sono iniziati nel 2015 e sono stati tenuti segreti. L’assegnazione degli incarichi è avvenuta dopo le tre gare fallite, in condizioni ignote e molto probabilmente illegali. Con il know-how della ditta olandese Bresser Eurasia, l’impresa turca Er-Bu Inşaat ha potuto eseguire questo spostamento estremamente rischioso. Secondo quanto riferito da abitanti della zona, attraverso l’azione si sono create crepe nella cupola del mausoleo vecchio di 550 anni e già di per sé instabile.

Il 28.06.2017 diverse ONG olandesi e la HYG hanno organizzato una protesta contro Bresser davanti alla sua sede principale nei pressi di Rotterdam. È stato messo in evidenza il suo ruolo critico, senza la sua partecipazione Er-Bu Inşaat non avrebbe mai potuto spostare la tomba di Zeynel-Bey.

Lo spostamento degli altri otto monumenti può iniziare in qualsiasi momento. Ma qualcosa di più preciso non si riesce a sapere, dato che la DSI non fornisce alcuna informazione.
Espropri forzati e ricollocamento

Mentre la costruzione del progetto Ilısu a livello ufficiale costa 1,2 miliardi, per il trasferimento (espropri forzati, insediamento, costruzione di infrastrutture, ecc.) sono preventivati circa 800 milioni di Euro. Oltre ai villaggi di Ilısu e Heskîf non sono previsti altri trasferimenti. Tutti gli altri interessati dovranno ricevere denaro e scegliere da sé il nuovo luogo di residenza. Nel 2017 ci sono ancora ben cento famiglie che non hanno accettato la somma proposta per il risarcimento e sono andate in tribunale. In particolare a Heskîf e nel villaggio di Şikeftan (Suçeken), sul quale nell’estate 2017 è apparso nei cinema il film »I Ribelli del Tigri«. Nonostante diverse proteste di abitanti di Heskîf contro il trasferimento, saranno costretti a indebitarsi. I prezzi per i nuovi appartamenti sono dalle due alle tre volte maggiori delle loro attuali case di proprietà. Un altro problema è il fatto che la DSI ha rifiutato due terzi delle richieste degli abitanti per i nuovi appartamenti a Hasankeyf Nuova. Così c’è da aspettarsi che una parte degli appartamenti verranno venduti a presone più benestanti di altre città, cosa che potrebbe creare tensioni sociali. L’ordine degli ingegneri agrari di Êlih (Batman) ha dichiarato che l’ottanta percento degli indennizzi erogati finora sono stati investiti fuori da Êlih, cosa che conferma le loro riserve espresse già molto tempo fa, che le persone devono cercarsi un lavoro e nuova vita a grande distanza.

Nel settembre 2017 sono state pubblicate immagini fatte da abitanti di Heskîf che mostrano che le case in costruzione già ora presentano crepe e che l’armatura sporge dal cemento. Gli abitanti preoccupati comunicano che la ragione per la cattiva qualità delle costruzioni è la grande velocità con cui vengono realizzati gli edifici.
Situazione attuale

Nella campagna anti-Ilısu va tenuto presente che la ripresa del conflitto nel Kurdistan del nord permette al governo di reprimere ogni tipo di protesta. Così dall’inizio dell’estate del 2016 non è stato più possibile fare manifestazioni a Heskîf. La guerra ha permesso al governo anche di reprimere alla fine del 2015 lo sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori del cantiere di Ilısu, iniziato nel giugno 2015. Da allora la grande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori viene da province non curde. Vivono nel cantiere dove vengono protetti dall’esercito.

Il governo ha reclutato centinaia di ulteriori »guardiani di villaggio« e li ha armati per la »sicurezza« del cantiere di Ilısu contro la guerriglia operante nelle vicinanze. Migliaia sono i soldati di stanza intorno al cantiere che vengono continuamente coinvolti in operazioni militari e diventano di continuo bersagli per piccoli attacchi. La militarizzazione ha raggiunto un livello così elevato che è diventato impossibile visitare il cantiere come giornalisti indipendenti o ricercatori. Per l’intero anno 2017 il governo ha dichiarato zona militare aree nelle dirette adiacenze di Heskîf.

Con l’obiettivo di impedire possibili proteste da parte del governo irakeno, nel marzo 2017 ministri turchi si sono più volte incontrati con il governo irakeno. In seguito a questo, il Ministero delle Acque irakeno si è espresso in modo favorevole, cosa che è spiegabile con il fatto che probabilmente la Turchia ha fatto promesse impossibili da mantenere. Oppure sono state davvero fatte concessioni – come un maggior flusso di acqua durante la fase di allagamento – che rinviano di un po’ il completamento dell’intero progetto. Purtroppo il governo irakeno ancora una volta mostra un atteggiamento debole nei confronti della Turchia e irresponsabile dal punto di vista storico.

Va citata come positiva una petizione di diverse organizzazioni della società civile irakena che è stata avviata nella primavera del 2017. Si rivolge al Segretario Generale dell’ONU e denuncia che il progetto Ilısu porta al prosciugamento della palude mesopotamica nell’Iraq del sud e questo a sua volta a tempeste di sabbia più forti nel sud dell’Iran.

Nel corso del 2017 rappresentanti della DSI e del governo turco hanno più volte dichiarato che la costruzione di Hasankeyf Nuova sarà completata all’inizio del 2018 e che l’allagamento della valle del Dicle inizierà alla fine del 2018 o all’inizio del 2019. Il progetto Ilısu sarebbe completato al 97 %. Non è vero, dato che finora sono state installate solo tre di sei turbine della centrale idroelettrica – e comunque questa centrale fin dall’inizio del progetto è un caso tecnicamente problematico nell’intero progetto. Inoltre in questa percentuale non sono comprese tutte le misure di trasferimento. Così il nuovo grande ponte presso Heskîf (importante per il traffico dell’intera regione) e diverse nuove tangenziali sono ancora in costruzione. Inoltre continua l’esproprio forzato per centinaia di famiglie e Hasankeyf Nuova non è ancora pronta. Da tre anni il governo proclama che l’80% del progetto Ilısu sarebbe completato. Indubbiamente è da registrare un avanzamento nelle costruzioni, ma qui si cerca di trasmettere a livello psicologico che ogni resistenza è inutile.

Al momento è in corso un solo procedimento contro il progetto Ilısu e si tratta di quello avviato nel 2006 da quattro persone della Turchia occidentale di fronte alla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU). Solo nel 2015 il caso è stato classificato come urgente. Finora però non è stata presa alcuna decisione, cosa che solleva seri dubbi rispetto alla serietà della CEDU.

Attualmente presso la HYG vengono discussi ulteriori procedimenti nei tribunali turchi. Anche se lo stato di diritto in Turchia è garantito a stento, deve essere sfruttata ogni possibilità.
Ercan Ayboga, Iniziativa per salvare Hasankeyf

© 2013 UIKI-Onlus Team

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