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Sfidare la modernità Capitalista II: Il femminismo e il movimento di liberazione kurdo

Sfidare la modernità Capitalista II: Il femminismo e il movimento di liberazione kurdo

Intervento di Dilar Dirik alla Conferenza “Sfidare la Modernità Capitalista II” Amburgo 3-5 Aprile 2015

La Marcia Mondiale delle Donne di quest’anno è partita al confine tra il nord e l’ovest del Kurdistan, la linea artificiale che separa le due città gemelle di Qamislo e Nisêbin. La commissione ha preso questa decisione al fine di rendere omaggio alla resistenza delle donne delle Forze di Difesa YPJ in Kobane contro lo Stato islamico. Questo fatto, tra molti altri esempi, illustra l’improvviso interesse delle femministe di tutto il mondo per il movimento delle donne curde.

In questo periodo cruciale in cui le donne curde hanno contribuito ad una riarticolazione della liberazione delle donne, rifiutando di seguire le premesse dell’ordine globale patriarcale basato sullo stato-nazione, rompendo il tabù della militanza femminile, recuperando il concetto di legittima difesa, dissociandosi dal monopolio del potere da parte dello Stato, e combattendo una forza brutale (non per conto di forze imperialiste, ma al fine di stabilire i propri termini di liberazione, non solo dalle organizzazioni statali o fasciste, ma anche la propria comunità), che cosa può imparare il movimento femminista dall’esperienza delle donne curde?

Naturalmente, non c’è un unico femminismo, ma diversi filoni a volte molto diversi tra loro. Le specifiche caratteristiche dell’esperienza delle donne curde, che ha creato la coscienza vissuta e diretta del fatto che le diverse forme di oppressione sono collegate tra loro, così come la critica del movimento di liberazione curdo del colonialismo e dello stato, forse suggeriscono ai movimenti femministi anarchici e post-coloniali di essere più vicini all’esperienza delle donne curde.
Eppure, pur rivendicando il femminismo come parte importante della società storica e la sua eredità come patrimonio, le discussioni all’interno del movimento delle donne curde oggi mirano a indagare i limiti del femminismo e andare oltre lo stesso. Questo non significa rifiutare il femminismo – entrambi i concetti sono visti come complementari. Andare oltre significa sistematizzare un’alternativa al sistema dominante attraverso una critica sistemica e radicale; significa la communalizazione della lotta, soprattutto politicizzando la base e trasformando o metaforicamente uccidendo il maschile cosi come mettere in discussione l’intero ordine mondiale.

Abdullah Öcalan afferma esplicitamente che il patriarcato, insieme al capitalismo e la menzogna di stato sono alle radici di oppressione, dominio, potere. Egli rende chiara la connessione tra di loro : “Tutte le ideologie di potere e statali derivano da atteggiamenti e comportamenti sessisti […] . Senza la schiavitù delle donne nessuno degli altri tipi di schiavitù può esistere tanto meno svilupparsi. Il capitalismo e lo stato-nazione denotano la forma più istituzionalizzata di maschio dominante. Più coraggiosamente e apertamente parlando: il capitalismo e lo stato-nazione sono il monopolismo del maschio dispotico sfruttatore”.(Öcalan, Abdullah, 2011, Democratic Confederalism- Cologne: International Initiative Edition).

La visione del movimento di liberazione curdo sulla liberazione delle donne è di esplicita natura communalista. Piuttosto che rifiutare gli uomini o decostruire i ruoli di genere all’infinito, essa tratta le condizioni alla base di concetti attuali di femminilità come fenomeni sociologici e mira a ridefinire tali concetti formulando un nuovo contratto sociale. Essa critica l’analisi mainstream da parte del femminismo del sessismo in termini di solo genere, così come il suo fallimento nel raggiungimento di un più ampio cambiamento sociale, limitando la lotta nel quadro dell’ordine persistente. Una delle principali tragedie del femminismo è il suo cadere nella trappola del liberalismo. Sotto la bandiera della liberazione, l’individualismo estremo e il consumismo vengono propagandati come emancipazione, ponendo ostacoli evidenti a qualsiasi azione collettiva. Naturalmente le libertà individuali sono fondamentali per la democrazia, ma il fallimento nel mobilitare di base richiede una fondamentale autocritica del femminismo.

Il termine femminista “intersezionalità” naturalmente sottolinea che le forme di oppressione sono interconnessi e che il femminismo ha bisogno di adottare un approccio olistico per affrontarle. Ma molto spesso, i movimenti femministi che si dedicano a questi dibattiti non riescono a entrare in contatto con la vite reali di milioni di donne oppresse, generando l’ennesima discussione vuota sul radicalismo, inaccessibile ai più. Perché la lotta radicale o intersezionale non riesce a diffondersi?
Questi atteggiamenti, secondo il movimento delle donne curde, sono spesso legati alla adesione alla scienza positivista e al rapporto tra sapere e potere, che sfoca i collegamenti espliciti tra le forme di dominazione, eliminando così la credenza in un mondo diverso, raffigurando il sistema globale come l’ordine naturale delle cose. Ma il fatto che le donne curde abbiano ormai sconfitto una versione concentrata del sistema globale in Kobane dimostra che un’alternativa è davvero possibile e che questa alternativa deve essere incentrato sulla liberazione delle donne. Grazie alle sue particolari condizioni socio-politiche ed economiche, il movimento delle donne curde è stato in grado di mobilitare un movimento di massa per arrivare a certe conclusioni, non solo attraverso dibattiti teorici, ma attraverso esperienze reali e pratiche vissute, che non solo hanno creato una coscienza politica diretta, ma anche un attaccamento al trovare collettivamente soluzioni.

Così, incoraggiato dal suggerimento di Ocalan di sviluppare un metodo scientifico che sfidi la comprensione egemonica delle scienze, in particolare le scienze sociali, -un metodo che non si limiti a catalogare i fenomeni intorno all’uomo e che divide le aree della vita tra loro, creando una miriade di rami scientifici, ma che cerchi praticamente di fornire soluzioni ai problemi sociali, una “sociologia della libertà”, incentrata intorno alle voci e le esperienze degli oppressi- il movimento delle donne si è impegnata nei dibattiti teorici e ha proposto il concetto di “jineology”. Domande come “Come rileggere e riscrivere la storia delle donne? Come si ottiene la conoscenza? Quali metodi possono essere utilizzati in una ricerca liberazionista della verità, quando l’odierna produzione scientifica e della servono a mantenere lo status quo?” sorgono in un intenso dibattito. La decostruzione del patriarcato e di altre forme di sottomissione, dominio e violenza sono accompagnate da discussioni sulla costruzione di alternative basate su valori liberazionisti e soluzioni ai problemi della libertà.
Definendosi come scienza delle donne o come ricerca delle donne della conoscenza stessa, un’altra obiezione che jineology pone al femminismo è che esso spesso si occupa di analizzare le questioni sociali soltanto attraverso le lenti di genere. Mentre decostruire i ruoli di genere e il patriarcato ha contribuito alla nostra comprensione del sessismo e altre forme di violenza e di oppressione, il femminismo tuttavia non è stato sempre capace di proporre con successo che tipo di alternativa possiamo creare. Realisticamente parlando, se concetti come uomo e donna, non importa quanto socialmente costruiti possano essere, sembrano destinati a persistere per un po ‘, dovremmo forse cercare di stabilire nuovi termini di esistenza, fornire loro una essenza liberazionista? Se è possibile re-immaginare concetti di identità come quello di nazione dissociandolo da implicazioni etniche e mirando a formare un’unità basata su principi, in altre parole, una unità di pensiero, costituito da soggetti politici piuttosto che oggetti che servono lo stato (che è l’idea che è sostenuta nella multiculturale Rojava, la “nazione democratica”, come articolato da Ocalan), possiamo anche creare una nuova identità delle donne libere basata sull’autonomia e la libertà di formare un nuovo senso di comunità, senza gerarchia e dominio? Jineology non è considerato come un fornitore di risposte, ma come un metodo per esplorare queste domande.

Ciò non significa perpetuare un concetto essenzialista della femminilità, l’assegnazione di un nuovo ruolo sociale, con spazio limitato di movimento. Invece, attraverso la ricerca storica e storiografica, jineology cerca di imparare dalle rotture di mitologie e religioni, comprendere le forme comunaliste di organizzazione in età neolitica, stabilire la relazione tra mezzi di produzione e di organizzazione sociale, e tra l’ascesa del patriarcato con l’emergenza di accumulo e di proprietà.

E tuttavia, pur criticando la fissazione del femminismo sul genere, il movimento delle donne curde riconosce allo stesso tempo l’urgente necessità di prestare attenzione alle specifiche forme di oppressione. A differenza di altri leader di movimenti, Ocalan sottolinea la necessità di una lotta femminista autonoma e consapevole: “la libertà della donna non può essere assunta una volta che la società ha ottenuto la libertà in generale e l’uguaglianza”. In realtà, l’elemento centrale della struttura organizzativa di questo movimento è l’auto-organizzazione autonoma dei gruppi e delle comunità, al fine di rafforzare la democrazia radicale.

Oggi, il movimento si divide il potere in parti uguali tra una donna e un uomo dalle presidenze di partito fino a consigli di quartiere, attraverso il principio della co-presidenza. Oltre a fornire le donne e gli uomini con pari potere decisionale, il concetto di co-presidenza propone di decentrare il potere, prevenire il monopolismo, e promuovere il raggiungimento del consenso. Questo dimostra ancora una volta la connessione tra il processo di liberazione e il processo decisionale communalista. Il movimento delle donne è autonomamente organizzato, socialmente, politicamente, militarmente. Mentre questi principi organizzativi cercano di garantire la rappresentanza delle donne, la grande mobilitazione sociale e politica aumenta la coscienza nella società: la rivoluzione deve prima avvenire nel pensiero.

Ispirati da questi principi, i Cantoni Rojava applicano il concetto di co-presidenza e quote, e creano le unità di difesa femminili, le comuni delle donne, accademie, tribunali, e le cooperative in mezzo alla guerra e sotto il peso di un embargo. Il movimento delle donne è autonomamente organizzato in tutti gli aspetti della vita, dalla difesa all’economia all’educazione alla salute. Esistono consigli delle donne paralleli ai consigli popolari che possono porre il veto sulle decisioni di quest’ultimi. Gli uomini che commettono violenza contro le donne non possono essere parte dell’amministrazione. La discriminazione di genere, i matrimoni forzati, la violenza domestica, i delitti d’onore, la poligamia, i matrimoni precoci, e la vendita delle spose sono criminalizzati. Molte donne non-curde, soprattutto arabe e assire, entrano nelle file armate e nell’amministrazione di Rojava e sono anche incoraggiate ad organizzarsi autonomamente. In tutti i settori, comprese le forze interne di sicurezza (Asayish) e la YPJ / YPG, la parità di genere è una parte centrale dell’istruzione e della formazione. Come un attivista del movimento delle donne in Rojava ha detto: “Noi non bussiamo alle porte delle persone per dire loro che si sbagliano. Invece, cerchiamo di spiegare loro che possono organizzarsi da soli e diamo loro i mezzi per determinare le proprie vite”. (Öcalan, Abdullah, 2013, Liberating Life: Woman’s Revolution (Cologne: International Initiative Edition).

È interessante notare che, anche se la liberazione delle donne è sempre stata parte dell’ideologia del PKK, l’organizzazione autonoma delle donne è emersa simultaneamente allo spostamento generale dello scopo politico dallo Stato-nazione in direzione della mobilitazione di base democratica locale. Non appena è stato identificato il rapporto tra le diverse forme di oppressione, non appena sono state smascherate le assunzioni e i meccanismi oppressivi del sistema statalista, sono state cercate soluzioni alternative, con la conseguente articolazione della liberazione delle donne come principio senza compromessi.

Piuttosto che aspirare alla ricerca di giustizia all’interno di concetti concessi dallo stato come i diritti legali, che è una delle pre-occupazioni del femminismo mainstream, il movimento delle donne curde è giunto alla conclusione che la strada verso la liberazione richiede una critica fondamentale del sistema. Invece di essere un onere per le donne, la liberazione delle donne diventa una questione di responsabilità di tutta la società, perché diventa una misura per l’etica della società e della libertà. Per una lotta per la libertà significativa, la liberazione delle donne deve essere non solo un obiettivo, ma anche un metodo attivo nel processo di liberazione. Difatti, aspettarsi qualsiasi cambiamento sociale significativo dai meccanismi stessi che perpetuano la cultura dello stupro e la violenza contro le donne, come lo stato, significherebbe ricorrere al liberalismo, con le sue pretese femministe e democratici.

Il movimento delle donne produce indipendentemente teorie sofisticate e critiche, ma è sorprendente che un leader maschio di un movimento mediorientale ponga la liberazione delle donne come provvedimento critica al fine della libertà. Ciò ha portato molte femministe a criticare che il movimento delle donne curde è incentrata intorno a un uomo in una posizione di leadership. Ma se analizziamo il problema della libertà delle donne al di là di questa comprensione limitata nel quadro di genere, e lo trattiamo come problema di libertà della società, fondamentalmente legato alla riproduzione nei secoli di potere e di gerarchie, quando ri-articoliamo la nostra comprensione della liberazione al di fuori dei parametri del sistema dominante con le sue ipotesi e comportamenti patriarcali, cercando di rappresentare un’alternativa radicale ad esso, se fermiamo così di considerare la liberazione delle donne come un effetto collaterale di una rivoluzione generale percepita o di una liberazione che non potrà mai venire, ma invece riconosciamo che la lotta radicale per la libertà e la autorganizzazione autonoma delle donne devono essere un metodo centrale e il meccanismo del processo verso la libertà, qui e ora, se colleghiamo la critica radicale dei metodi che usiamo per dare un senso al mondo al processo di progettazione di una vita più giusta , in breve – se allarghiamo e quindi sistematizziamo la nostra lotta per la liberazione, e riconosciamo che la strada verso la libertà richiede auto-riflessione e l’interiorizzazione dei valori liberazionisti democratici, forse non sarebbe sorprendente, dopo tutto, che una delle femministe più esplicite può in infatti essere un uomo. Piuttosto che preoccuparci con il sesso o il genere di Ocalan, dovremmo forse cercare di capire che cosa significa per un uomo parte di una società estremamente feudale e patriarcale prendere una tale posizione per quanto riguarda la riduzione in schiavitù delle donne.

Quelli che chiedeva se il movimento delle donne curde “è in realtà femminista o no” dovrebbero comprendere la radicalità che vibra tra le due dita alzate nel segno di vittoria dalle donne anziane in abiti colorati con i tatuaggi tradizionali sui loro volti in Rojava oggi.

Il fatto che queste donne partecipino ora a programmi televisivi,ai consigli popolari, all’economia, che imparino a leggere e scrivere nella loro lingua, il fatto che, una volta a settimana, una donna di 70 anni, reciti racconti popolari tradizionali presso la nuova Accademia Mesopotamica delle Scienze Sociali per contestare la storiografia di poteri egemonici e della scienza positivista, è un atto radicale di sfida contro l’ex regime monistico, perché invece di sostituire la persona al vertice, rifiuta i parametri del sistema tutto e costruisce i propri standard. E questa rivoluzione è un retaggio di decenni di lotta delle donne nel PKK e della filosofia di Ocalan.

Le donne che lottano in Kobanê sono diventate una fonte di ispirazione per le donne di tutto il mondo, perché si sono organizzate socialmente e militarmente analizzando le similitudini tra la violenza di stato liberale, le atrocità dell’ISIS e i delitti d’onore nelle loro comunità. In questo senso, se vogliamo sfidare l’odine sistemico e il suo patriarcato globale, statismo-nazionalismo, militarismo, neocolonialismo e capitalismo, dobbiamo chiedere quali tipi di femminismo questo sistema è in grado di accettare e quali non può. Un “femminismo” imperialista può giustificare guerre in Medio Oriente per “salvare le donne dalla barbarie”, mentre le stesse forze che alimentano questo cosiddetta barbarie con le loro politiche estere o il mercato delle armi etichettano le donne che si difendono come terrorista.

Il sistema dominante considera uno dei più attivi e emancipatori movimenti delle donne come una minaccia inerente al suo status quo. Così, diventa chiaro che il movimento di liberazione kurdo non rappresenta una minaccia per l’ordine internazionale a causa di qualsiasi possibilità di un nuovo stato, ma a causa della sua alternativa radicale ad esso, una alternativa di vita esplicitamente incentrata sull’abolizione di 5000 anni di sistematica schiavitù mentale e fisica.

La marcia mondiale delle donne lanciata nel Nisebin ha celebrato l’8 marzo di quest’anno a Diyarbakir. Mentre le foto di donne martiri militanti sventolavano al vento, un gruppo di persone che cantavano ha formato un cerchio di danze tradizionali curde. Una donna stava suonando il daf su cui aveva disegnato l’A di anarchismo, mentre una donna anziana velata in abiti tradizionali con le dita che formano il segno della vittoria stava ballando al suo ritmo accanto a un giovane uomo che accompagna la sua gioia agitando una grande bandiera LGBT. Uno spettacolo a dir poco insolito, ma che intanto racconta il carattere del movimento delle donne curde.

*Dilar Dirik è nata nel 1991 in Antakya. Ha ricevuto una laurea in Storia e Scienze Politiche con una laurea secondaria in Filosofia e ha scritto la sua tesi di Master in Studi Internazionali sugli aspetti di liberazione delle donne nella ideologia e organizzazione del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nel 2012. Al momento, sta lavorando al suo dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia presso l’Università di Cambridge. La sua tesi di dottorato cerca di confrontare il sistema dello stato-nazione e il paradigma di confederalismo democratica dal punto di vista della liberazione delle donne, con uno sguardo comparativo a diverse linee politiche in tutto il Kurdistan e monitorando attentamente la rivoluzione Rojava.

© 2013 UIKI Onlus Team

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