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Pronti a digiunare fino alla morte per Ocalan, la Turchia rispetti i diritti umani

Pronti a digiunare fino alla morte per Ocalan, la Turchia rispetti i diritti umani

Circa 250 persone sono in sciopero della fame per chiedere che la Turchia riconosca al leader curdo Ocalan i suoi diritti da detenuto.

“Sono passati 43 giorni da quando abbiamo cominciato lo sciopero della fame. Faccio fatica a concentrarmi, non riesco a dormire e ho forti mal di testa”.

Kardo Bokani, 35 anni, di origine curde ma con passaporto irlandese, è una delle oltre 250 persone che si sono unite all’iniziativa per combattere contro l’isolamento di Abdullah Ocalan, leader e fondatore del PKK, Partito dei Lavoratori curdo.

“Preferisco rispondere per iscritto perché faccio molta fatica a parlare”, spiega a TPI da Strasburgo.

Catturato in Kenya, dopo un breve passaggio in Italia, Abdullah Ocalan è in prigione dal 1999 sull’isola di Imerali in Turchia, e dal 2011 non gli è più stato permesso di ricevere visite.

Ocalan è l’unico detenuto in tutta la struttura, non ha contatti con l’esterno. Persino le guardie hanno il divieto di rivolgergli al parola.

La sua detenzione è diventata ancora più dura negli ultimi anni, in cui i curdi hanno guadagnato la ribalta internazionale per la lotta contro ISIS e per la proclamazione della regione autonoma del Kurdistan siriano (il Rojava), il cui sistema democratico confederale, ideato dallo stesso Ocalan, terrorizza Ankara.

“Non smetteremo fino a quando a Ocalan verrà garantito il diritto di visita settimanale di un’ora come stabilisce la Costituzione turca”, spiega Bokani.

Nato in Rojhelat, la parte iraniana del Kurdistan, Bokani è scappato dal regime teocratico di Tehran a 16 anni. “È stato un lungo viaggio, solitario e molto difficile”. Era il 1999, stava cercando rifugio in Europa.

Nel 2005 è arrivato in Irlanda, dove poi ha preso la cittadinanza. Ha un dottorato in filosofia politica all’University College di Dublino, dove ha insegnato per tre anni. Ma non ha mai dimenticato le sue origini curde. Per questo oggi si trova in prima linea.

Con lui Strasburgo ci sono altre 13 persone. In totale sono 3 donne e 11 uomini. Giornalisti, politici, intellettuali. “Non stiamo chiedendo la scarcerazione di Ocalan, ma solo che il governo rispetti le leggi dello stato”.

“Abbiamo avuto tanti problemi di salute – spiega – ma alla fine quello che conta sono la determinazione e la forza di volontà”.

Dopo il 50esimo giorno di sciopero della fame, si rischia di morire.

Leyla Guven, deputata dell’HDP, partito filo-curdo, ha cominciato lo sciopero l’8 novembre. Guven, in prigione da gennaio 2018, era stata condannata a oltre 100 anni di carcere per aver criticato l’operazione militare “Ramoscello d’Ulivo”, orchestrata dal governo turco nella zona di Afrin, nel nord della Siria.

I soldati di Ankara sono stati accusati da molte organizzazioni di diversi crimini di guerra. Guven ha superato l’80esimo giorno di digiuno, e la settimana scorsa è stata rilasciata dalle autorità turche.

Secondo lei, il completo isolamento di Ocalan non fa altro che compromettere il processo di pace tra la Turchia e la popolazione curda. Per questo va avanti, nonostante le sue condizioni di salute siano estremamente critiche.

A seguirla centinaia di detenuti in almeno 39 prigioni turche, e diversi esponenti del mondo accademico e intellettuale. Negli ultimi anni lo sciopero della fame è stato uno strumento di protesta molto utilizzato dal movimento curdo.

Nel 2007 il primo, durato per 37 giorni, ha poi costretto Ankara a consentire una visita a Ocalan. E poi ancora nel 2012 e nel 2016. Solo attraverso queste proteste sono stati concessi degli incontri.

Il 12 gennaio scorso, il fratello del leader curdo Mehmet ha potuto fargli visita. Lo ha trovato in “buona salute” e abbastanza di “buon umore”. Al contrario che in passato, i manifestanti hanno deciso di andare avanti con uno sciopero a tempo indeterminato e di non accontentarsi di una sola visita.

“Vogliamo rompere lo schema utilizzato fino adesso, per questo non abbiamo interrotto” continua Bokani. L’idea è quella di mettere pressione al Comitato europeo per la prevenzione della tortura, che a sua volta dovrebbe spingere Ankara a rispettare le leggi e i trattati sui detenuti e prigionieri.

Ogni giorno il gruppo di Bokani incontra delegazioni da tutto il mondo e molti giornalisti. Ma più passa il tempo, più la situazione diventa difficile.

“Alcuni di noi hanno perso fino a 13 chili, abbiamo dei dolori molto forti allo stomaco. La luce dà molto fastidio, così come il rumore”. A nessuno però manca la determinazione. “Non siamo spaventati dalla morte”.

TPI.it

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