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Per il 73° tentativo di sterminarci ho pianto insieme ai miei antenati ezidi

Agosto 2014, ho passato la giornata davanti alla televisione con i miei genitori in salotto, seduta sul letto guardando video su youtube, trascorrendo ore a leggere nei siti web di giornali tedeschi, inglesi e curdi. Su tutti i canali vedevo le stesse immagini.

Non dimenticherò mai quello che ho visto il 3 agosto 2014.

Ho visto donne vestite come mia nonna, mia zia, le mie cugine, uomini come mio nonno, mio padre, mio zio. Li ho visti correre nelle montagne. Shengal birindar e, correvano per le loro vite. Era nel mezzo dell’estate. Il sole bruciava. Due reporter della televisione curda Rudaw cercavano coraggiosamente di riferire, invece si sono ritrovati in lacrime. “Ci sono state 72 campagne genocide contro gli ezidi” ha gridato Vian Dakhil, un deputato ezida del Parlamento iracheno dal podio, poi è crollato e ha continuato a gridare, “e ora tutto questo si ripete nel 21° secolo.”

“Ci stanno massacrando. Un’intera religione viene sterminata dalla faccia della terra. Fratelli, mi appello a voi in nome dell’umanità perché ci salviate!” Ha pianto. Ho pianto con lui.

Mi viene in mente mia nonna, il cui padre è stato assassinato perché era ezida. Penso alla mia famiglia che è fuggita dal suo villaggio di notte perché era circondato da fanatici che li volevano uccidere.

Bambini, anziani e malati stavano morendo di sete nelle montagne di Shengal. Uomini anziani e donne che non sono riusciti a fuggire sono stati uccisi. Donne più giovani e bambini sono stati catturati, i bambini usati come bambini soldato, le donne vendute come schiave per i miliziani di Stato Islamico. Migliaia di donne che portano il nome di mia sorella, mia cugina, mia nonna sono state messe in catene per essere vendute e comprate al mercato.

Forse dall’esterno non riuscite a vederlo, ma dopo il 3 agosto la mia vita è cambiata per sempre. Sì, la mia vita in Germania è continuata, e doveva, ma qualcosa mi si è rotto dentro, qualcosa che non può essere aggiustato.

Nel giugno 2017 sono andata a visitare la mia famiglia nel Kurdistan iracheno. Erano la parte della mia famiglia che è rimasta a vivere nei villaggi sulle montagne di Shengal quando IS le ha invase il 3 agosto. Sono sopravvissuti. Ma fino a oggi sono profughi. Non hanno potuto tornare a casa e anche se IS oggi è stato sconfitto, Shengal non è sicura. Altre milizie si aggirano per le valli e le strade e molti ezidi non possono fidarsi di realtà come al-Hashd al Shabi (Fronte di Mobilitazione Popolare), o del Presidente della Turchia, il Sig. Erdogan, che ogni giorno minaccia la regione di Shengal con azioni militari.

Quando sono stata lì, ho detto alla mia famiglia che mi sarebbe piaciuto visitare Shengal. Hanno chiesto cosa stessi cercando, soprattutto ora che tutto era distrutto e le trappole esplosive dovevano ancora essere rimosse.

Il genocidio non è ancora finito. Il Kurdistan iracheno non è ancora un luogo sicuro per il popolo ezida. Ci sono ancora oltre 2000 ezidi tenuti in cattività da IS.

Ho visitato famiglie che stanno ancora vivendo in condizioni terribili nel campo Arabt vicino a Sulaymaniyah. Ho visto persone che hanno perso metà della loro famiglia: un bambino e sua madre erano gli unici due sopravvissuti della loro intera famiglia. Ho sentito così tante storie terribili, le ho prese tutte a cuore. Mi sono interrogata su altre storie, ci sono persone che hanno smesso di parlare nel 2014. Non hanno più parole per quello che hanno visto e per quello che gli è stato fatto. Il genocidio – quattro anni dopo che IS è arrivato a Shengal – è ancora in corso, non è finito anche se il mondo sembra aver dimenticato.

di Ronya Othman, The Region

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