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Il Kurdistan, le donne kurde e il movimento di liberazione

Donne

Il Kurdistan corrisponde ad una zona geografica che comprende 550mila Km di quella che fu l'antica Mesopotamia, la mezza luna fertile fra il Tigri e l'Eufrate. I kurdi, fin dalle origini, hanno abitato le valli e le montagne di quella zona da sempre riconosciuta come "la culla della civiltà". Terzo popolo mediorientale, dopo arabi e turchi, i kurdi sono gli eredi di una storia e di una cultura antichissime, subendo continue invasioni e vivendo sempre sotto l'occupazione straniera. Nonostante tutti gli sforzi fatti, per conquistare la libertà e l'indipendenza, non hanno mai avuto un paese, uno stato. Il Kurdistan non è mai stato una nazione riconosciuta.

Oggi il popolo kurdo, il più antico del mondo, è l'unico a non avere uno stato. Con il Trattato di Losanna, nel 1923, le potenze occidentali hanno deciso la divisione del popolo e del territorio fra 4 stati sovrani. Infatti, i kurdi, 40 milioni di persone, si trovano separati dai confini di Turchia, Siria, Iran e Iraq, senza la possibilità di vivere in unità e fratellanza, a causa delle volontà superiori, degli interessi geo-politici ed economici delle potenze straniere. Ancora oggi, voglio sottolineare che il popolo kurdo continuerà sempre a lottare per la conquista pacifica dei suoi diritti, opponendosi a qualsiasi potenza straniera, senza farsi spaventare.



L'identità kurda, tramandata da secoli attraverso la letteratura, la poesia, la musica e soprattutto la lingua, pur nonostante la volontà distruttiva delle nazioni mediorientali, insieme con quelle occidentali, ha continuato a svilupparsi e a mantenersi viva nel tempo.

Dalla fine degli anni Settanta, poi, attraverso l’attività e la mobilitazione del PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, la presa di coscienza del popolo kurdo, in quanto nazione distinta dalle altre, si è accentuata ed è diventata la base della lotta di liberazione del popolo. Da quando al Kurdistan è stato negato il diritto di autodeterminazione, il popolo kurdo vive represso dai regimi dei paesi cui è stato consegnato.

La realtà politica di oppressione che i kurdi devono subire, soprattutto in Turchia, è stata tale da costringerli a reagire duramente, a resistere per esistere.

Nel Kurdistan il movimento delle donne è molto recente. Il Kurdistan è stato diviso, calpestato, sfruttato. Proprio come la donna. La società kurda maschilista, feudale, basata sui clan e soffocata dalla religione, ha sempre relegato la donna ad un ruolo subalterno. L'uomo la ha resa schiava, obbligandola a negare la sua intelligenza, mentre fuori dalle mura domestiche si faceva spesso lui schiavo, collaborazionista. Eppure, la donna kurda ha sempre portato dentro di se la cultura e i valori nazionali del suo popolo, dei quali è la testimonianza vivente.

Infatti, quando nel 1978 è nato il PKK in Turchia, la repressione contro i kurdi era ormai insostenibile, si trattava di una vera e propria politica di negazione di un popolo, per cui si è arrivati a vietare l'uso di una lingua che, spesso era l'unica lingua conosciuta all'interno delle famiglie.

Dopo il colpo di stato militare del 1980, in Turchia la violenza e la repressione si sono notevolmente inasprite; le donne e i bambini sono le prime vittime della brutalità dello stato turco. Che dal 1984, quando la guerriglia kurda ha avviato la sua resistenza armata, ha ingaggiato una vera e propria sporca guerra contro i kurdi. Alla quale soltanto la parte kurda ha saputo porre fine nel 1999, proponendo una soluzione pacifica e politica della questione kurda, che potesse portare democrazia e convivenza in Turchia.

Per la maggior parte le donne kurde sono analfabete, ma le loro coscienze sono mature, non accettano il giogo dell'oppressione, combattono per il rispetto dei loro diritti; quando la lotta diviene impossibile, queste donne coraggiose hanno scelto talvolta anche di morire. Oppure, hanno continuato a chiedere a gran voce pace e giustizia, in nome dei figli persi durante la lotta. E' il caso di Muyesser Gunes, presidente dell'Iniziativa Madri della Pace, che è stata qui in Italia nel giugno 2001 e in occasione della Perugia-Assisi. A reclamare pace e giustizia dal carcere come Leyla Zana, democraticamente eletta a far parte del Parlamento turco e imprigionata, compagna di quei 12mila prigionieri politici, per aver reclamato giustizia e convivenza per i due popoli: turco e kurdo.

La lotta di liberazione del Kurdistan è stata per le donne la via per prendere coscienza del proprio diritto alla libertà. Con l'intelligenza e la presa di responsabilità davanti alla storia, con la volontà e l'esperienza accumulate, sono oggi certe di poter andare avanti forti e sicure. La lotta è molto importante per la donna. E la donna kurda oggi fa proprio quel grande bagaglio che le viene da tutte le altre donne che, prima di lei, hanno alzato la testa.

Oggi in Kurdistan la donna è simbolo di resistenza ed estende la sua forza in ogni campo. Negli anni Novanta la donna kurda è stata alla testa delle "serhildan", le grandi rivolte popolari; centinaia di donne sono morte nella guerra di liberazione; il risveglio, l'organizzazione, la resistenza delle donne sono il motore della rinascita del Kurdistan. Perché, come il Presidente del PKK, Abdullah Ocalan, ha più volte ricordato: "la libertà di una società si misura con il grado di libertà femminile. Se la donna non è libera, non lo è neanche l'uomo".

Infatti, in Turchia i kurdi, come popolo e gruppo etnico distinto, non hanno alcun riconoscimento, a loro sono negati tutti i diritti. La Repubblica turca applica leggi d'emergenza sul territorio kurdo per ribadire il suo potere, praticando una politica di terrore sulla popolazione. Da oltre 70 anni la storia, la cultura, la lingua, l'esistenza stessa dei kurdi vengono negate; pochi altri popoli del mondo hanno vissuto tali persecuzioni. Nel tentativo di cancellare i kurdi dalla storia i turchi hanno cambiato i nomi a città, fiumi, villaggi del Kurdistan, vietando anche di dare nomi kurdi ai bambini.

In Turchia i kurdi non hanno alcun riconoscimento, a loro sono negati tutti i diritti. Qualunque tipo di associazione, partito politico, rivista o altro, che si riferisce all'identità culturale kurda viene repressa, proibita e pagata con il carcere.

La Costituzione turca si basa su principi di negazione delle altre identità culturali ed etniche, tanto che parlamentari eletti democraticamente di cui Leyla Zana ne era il capofila, sono stati condannati a 15 anni di prigione per aver annunciato in kurdo, oltre che in turco, durante il giuramento, la propria intenzione di lavorare per l'uguaglianza dei turchi e dei kurdi, nell'ambito della Repubblica turca. Quella stessa Repubblica turca, duramente conquistata dalle battaglie combattute da turchi e kurdi insieme agli inizi del Novecento, ponendo fine all'Impero Ottomano.

Purtroppo la lotta intrapresa dai kurdi, guidati dal PKK in Kurdistan ha visto momenti tragici, soprattutto quando alla fine degli anni Ottanta il governo turco ha avviato una vera e propria guerra contro la guerriglia kurda. I risultati di questa sporca guerra, ancora oggi, sono visibili, anche in Europa, in forma indiretta con i flussi d'immigrati. Infatti, circa 4000 villaggi kurdi, nell'area del sud est dell'Anatolia, sono stati evacuati, bruciati, distrutti, costringendo milioni di kurdi ad emigrare verso ovest, prima nelle metropoli turche e poi quando le condizioni raggiungono l’impossibile fino in Europa.

Numerose volte, nel corso della storia del movimento kurdo, il Presidente del PKK, Abdullah Ocalan, ha proposto di lavorare insieme ad una soluzione politica e pacifica della questione kurda. Ma, questo non è mai stato il volere di coloro che hanno sempre guadagnato da questa sporca guerra. Una guerra che ha visto scontrarsi e perdere la vita migliaia di turchi e di kurdi, seminando odio e rabbia, invece che convivenza e fratellanza.

La disperazione del popolo kurdo, poi, è giunta al massimo nel momento in cui, dimenticando ogni legge internazionale, con la complicità delle potenze occidentali, la Turchia ha rapito e barbaramente incarcerato il Presidente Abdullah Ocalan, leader indiscusso del popolo kurdo tutto. Ma, la volontà kurda di risolvere politicamente e pacificamente il problema dei kurdi in Turchia e nel Medio oriente, non può essere soffocata, nemmeno nelle quattro mura di una cella di 12 metri quadrati. Così, proprio da Imrali, è giunta un'avanzata proposta di soluzione, che si è poi concretizzata nel Progetto di pace che il PKK ha elaborato durante il suo VII Congresso straordinario,  che si è svolto all'inizio di questo nuovo secolo.

La società tradizionale kurda, poi, attribuisce alla donna, all'interno delle famiglie, una posizione subalterna. La donna kurda, costretta a battersi da un lato contro i dettami della religione islamica e dall'altro contro le barbare leggi dello stato turco, o iracheno a seconda del paese che lo governa, patisce da sempre il dolore della lotta. Quando i militari entrano nei villaggi le donne sono fatte oggetto di violenza fisica e psicologica: i loro corpi vengono violati ed i loro uomini privati di ogni identità sotto i propri stessi occhi.

La donna in Kurdistan vive una doppia repressione: una in quanto kurda e una in quanto donna. E, come ci ha fatto notare Muyesser Gunes anche una terza ragione: per la miseria, in cui è costretta a sopravvivere.

La pratica sistematica della violenza sessuale è alla base della sporca guerra che in questi anni la Repubblica turca, senza confini né regole, porta avanti in Kurdistan contro l'innocente popolo kurdo e le sue donne. La tortura sessuale viene nascosta dalle autorità, che tentano di mantenere le donne in uno stato di schiavitù psicologica, rendendo torbide le situazioni per impedire la denuncia delle violenze subite.

Oggi le donne kurde vogliono essere ascoltate, vogliono che il mondo conosca la barbarie del terrorismo di stato turco contro di loro, vogliono portare la loro causa all'interno di tutte le organizzazioni internazionali, per chiedere che alla sporca guerra in Kurdistan sia posta fine, adottando una soluzione pacifica e politica, per una democratizzazione della Turchia e per una convivenza pacifica tra i due popoli. Una soluzione pacifica che non vada a tracciare nuovi confini o divisioni, ma che allarghi i diritti e l'uguaglianza fra i popoli.

Le donne kurde si fanno portatrici della proposta di pace e soluzione pacifica della questione kurda in Turchia e nel Medioriente, che il Presidente Ocalan e il PKK hanno avanzato, sposandone i valori di giustizia e convivenza. Le profonde disuguaglianze e della violenza sono causate dalla mancanza di coerenza in quelle forze che si vorrebbero portatrici di libertà e uguaglianza. Le donne kurde come tutte le persone di buon senso e mosse da senso dell'umanità condannano ogni forma di violenza e di distruzione, come sono stati gli attentati dell'11 settembre 2001. Allo stesso modo si oppongono a qualsiasi guerra. Con la violenza organizzata e istituzionalizzata non si contribuisce a costruire un altro mondo. Un altro mondo più giusto e pacifico.

Le donne kurde conoscono bene il significato del vivere e subire la rapina delle risorse, la distruzione della natura e dei villaggi, la guerra, la paura e l'esodo, non possono condividere nessun "intervento di riparazione", che non porterà altro che ulteriori sofferenze e morte. Le donne kurde e il popolo kurdo, che hanno fame e sete di libertà, non possono accettare altra violenza. Le donne kurde sono determinate affinché una pace duratura e la giustizia siano assicurate in Kurdistan, in Afghanistan, in Medioriente e nel mondo intero e considerano lo sviluppo del processo di pace e di democratizzazione una missione urgente.

Per questo da sempre chiamano ciascuna donna a lottare mano nella mano. Le operazioni di guerra in Afghanistan e nel Medioriente sono una minaccia per la pace mondiale. Gli interventi unilaterali delle potenze che hanno il potere economico e militare hanno reso permanenti i problemi del mondo, invece che risolverli. Questo è all'origine dell'inasprimento d’ogni violenza. La soluzione dell'ineguaglianza globale non può stare nelle azioni violente, che invece sono la causa di ogni genere di distruzione di massa. Una soluzione può venire da una nuova liberazione da quei valori maschilisti predominanti che sono alla base della politica, della società e dello stile di vita attuali. La maggiore garanzia che le donne possono proporre contro qualsiasi minaccia di guerra è quella a difesa della vita, della pace e dell'uguaglianza. Solo di questo le donne kurde oggi, nell'ambito del movimento kurdo in Turchia, in Europa e nel mondo si fanno portatrici. 



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