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BOLLETTINO DEL MONDO KURDO
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Grammatica Curda in Lingua Italiana
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Kurdistan, stato di allerta: se Turchia attacca rispondiamo al fuoco
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Kurdistan, stato
di allerta: se Turchia attacca rispondiamo al fuoco
“Stiamo ancora in una posizione pienamente difensiva e non
abbiamo esercitato tutto il nostro potere. Siamo in una posizione di
allerta ora. Se lo Stato turco proverà ad invadere la Zona
di Difesa Media o qualsiasi altra parte del Kurdistan allora romperemo
gli indugi e la situazione sarà del tutto
differente”: queste le prime dichiarazioni di Murat
Karayilan, il capo del Consiglio esecutivo della Confederazione
democratica del Kurdistan (KCK).
Karayilan ha poi continuato: “Continueremo a resistere, non
importa se dovremmo farlo per un altro secolo. Non possiamo accettare
questo disonore. Non possiamo accettare le politiche
assimilazionistiche contro il popolo kurdo. Non riusciranno mai a farci
diventare turchi”.
Dal 1 giugno 2010 la questione kurda è entrata in una nuova
fase: questo è quello che ha dichiarato il KCK in un
comunicato stampa recente. A seguito di quella dichiarazione sono
aumentati gli scontri nel Kurdistan del nord e si sono diffusi anche
alla zona Mediterranea, al Mar Nero e alla regione di Marmara. Le forze
armate turche hanno lanciato diversi attacchi contro la Zona di Difesa
Media ed è aumentato il numero degli scontri e quello delle
vittime.
Questi sviluppi hanno portato la questione kurda in cima all’
agenda politica regionale. Mentre alcuni continuano ad affermare la
necessità di affrontare il problema esclusivamente dal punto
di vista militare, altri tendono a rilevare la necessità di
affrontarlo in tutti i suoi aspetti. Adesso ascoltiamo la posizione del
KCK dalle parole del suo Presidente Karayilan.
“Come considerate gli sviluppi successivi al 1
giugno? Quali sono le caratteristiche di questa nuova fase?
“La nostra Leadership ed il nostro movimento, per 18 anni,
hanno impegnato tutte le energie per raggiungere una soluzione
democratica della questione kurda. Solo ultimamente abbiamo dichiarato
un periodo di ‘non scontro’ il 13 aprile 2009 che
si è concluso soltanto il 1 giugno 2010. quello che notiamo
è che né l’Akp, né il
governo turco hanno intenzione di fare la pace col popolo kurdo.
Insistono nelle loro politiche di assimilazione e pretendono la resa
incondizionata del nostro popolo”.
“Il signor Ocalan ha dichiarato che non
potrà essere parte della soluzione se ci saranno negoziati.
Quale è il ruolo del Leader Ocalan per il vostro movimento?
Cosa pensate della discussione su questo tema?”
“Il ruolo del nostro Leader è chiaro non solo per
noi ma per tutto il popolo kurdo. Come abbiamo detto un numero infinito
di volte: lui è il leader di un popolo, è il
leader del popolo kurdo. Il suo ruolo per noi è decisivo. Ha
detto che la terza fase si è esaurita e che si
ritirerà dal processo come interlocutore se avranno avvio i
negoziati. Lo ha fatto come risposta alle politiche di negazione e
distruzione dell’Akp e dello Stato turco. Noi siamo un
movimento. Abbiamo un consiglio esecutivo, un corpo dirigente, una
amministrazione. Da oltre 7 mesi stiamo discutendo su come sviluppare
la nostra soluzione. In conseguenza di ciò abbiamo deciso di
aprire una nuova fase. È stato necessario per noi. Se lo
Stato non vuole cercare una soluzione negoziando con te allora devi
cercartela da solo con le tue dinamiche. Questo è quello che
stiamo facendo ora. Lo Stato non vuole risolvere la questione kurda ma
distruggere il popolo kurdo. Questo è un pericolo per il
nostro popolo. L’Akp ha rifiutato ogni proposta ragionevole.
Non vogliono fare la pace con noi, vogliono semplicemente annientarci.
Proteggere la nostra esistenza come nazione e creare la nsotra vita
libera: questo è il nome che abbiamo dato a questa fase.
Siamo pronti ad accogliere le iniziative pacifiche dello Stato, in caso
contrario agiremo secondo le nostre dinamiche”.
“Alcune Ong e voci nella Confindustria premono per
la fine del conflitto e la fine delle operazioni militari. Che ne
pensate? Possibile un cessate il fuoco in questa fase? Se sì
da cosa dipende?”
“Prima di tutto devo affermare che l’appello delle
Ong di Diyarbakir, che ci chiedono di dichiarare il cessate il fuoco e
chiedono allo Stato di fermare le operazioni militari, è
stato strumentalizzato dai media turchi. Rispettiamo gli appelli di
tutte le organizzazioni della società civile. Non basta fare
appelli però, ci vuole uno sforzo superiore. Il quadro
proposta dalle Ong è accettabile, se lo Stato vi aderisse
potremmo aprire un negoziato. Da un lato il Primo ministro fa appello
alla Nato e attende gli Usa. Nonostante tutta la tensione con Israele
continua a mandare delegazioni in Israele per perfezionare
l’acquisto degli Herons (aerei spia). Lo stesso con Siria ed
Iran. Per distruggerci stanno organizzando una serie interminabile di
riunioni ed incontri. Dall’altra parte ci chiedono di
dichiarare un cessate il fuoco unilaterale. Non ha senso. Non
è accettabile. Abbiamo le capacità di resistere
allo Stato turco, di stare sulle nostre gambe. Tutti devono essere
consapevoli di questo.
Siamo ancora in una posizione pienamente difensiva e non abbiamo
sviluppato ancora tutte le nostra capacità militari.
Pensiamo che sia ancora possibile vivere coi turchi e stiamo lottando
per farlo. Se lo Stato turco proverà ad invadere la Zona di
Difesa Media o qualsiasi altra parte del Kurdistan allora romperemo gli
indugi e la situazione sarà del tutto differente. Stiamo
mettendo in pratica una strategia difensiva ben pianificata ed
organizzata. Abbiamo acquisito una grande esperienza in questi anni di
lotta nelle montagne. Ci stiamo limitando. Non si pensi che siamo al
massimo delle nostre possibilità. Ma se insistono in una
azione di negazione e di distruzione allora il popolo kurdo
avrà il diritto di utilizzare altre opzioni. Possiamo
resistere. I politici già erano sicuri di averci annientato
nel 1999. Allora, a seguito dell’indicazione del nostro
leader, ritirammo le nostro forze dalla Turchia. Fu una dimostrazione
di buona fede. Che lo Stato turco non pensi si essere stato lui
l’artefice di quella decisione”.
(fonti: Ya Basta!
Napoli, 11/07/2010)
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