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L’Isis prende Kobane, i curdi: “La difenderemo fino alla fine”

L’Isis prende Kobane, i curdi: “La difenderemo fino alla fine”

Il grido di Enver Muslim, presidente del cantone di Kobane: “Se Daesh dovesse commettere un massacro di migliaia di persone tutte le potenze internazionali sarebbero ritenute responsabili”

La bandiera nera sventola da un palazzo di quattro piani nella periferia est. Un’altra è stata vista sopra alla collina. Da lì si può controllare gran parte della città.

I miliziani di Daesh (Isis), dopo oltre venti giorni di assedio, sono entrati a Kobane (Ayn al-Arab), terza città curda della Siria al confine con la Turchia.

Gli attacchi aerei della coalizione si sono rivelati inutili e oggi quelli che Barack Obama e David Cameron hanno definito più volte “barbari” stanno per controllare una striscia ininterrotta che si estende dalla roccaforte di Ar-Raqqah fino all’ultimo avamposto della Nato. Quella Turchia che voleva essere Europa e i cui carri armati sono rimasti schierati in imbarazzante attesa.

A combattere casa per casa restano solo i curdi. Lo fanno da mesi, accerchiati e senza vie d’uscita, con pochi mezzi, tanto da essere pronti a farsi saltare in aria, come ha fatto la giovane donna Arîn Mirkan, pur di fermare l’avanzata.

“Se Daesh dovesse commettere un massacro di migliaia di persone tutte le potenze internazionali sarebbero ritenute responsabili”. E’ il grido di Enver Muslim, presidente del cantone di Kobane.

Poche ore prima che gli jihadisti dell’autoproclamato Califfato entrassero in città, continuava a ripetere: “Non lasceremo Kobane, la difenderemo tutti insieme”. Poi, ieri sera, l’ultimo messaggio: “Migliaia di civili sono minacciati di strage, stanno per essere uccisi e tempo di agire. Parlate di noi, chiamate una tv che possa documentare”.

Duemila curdi siriani sono stati fatti uscire. Enver Muslim è rimasto dentro a combattere, strada per strada, casa per casa. Queste le sue parole poco prima di continuare la sua battaglia “fino alla fine”.

Qual è la situazione?
L’attacco prosegue da sud, ovest ed est, ci sono stati combattimenti corpo a corpo nelle zone di Megtel, Botan e in questo momento sulle colline di Miştenur. Da sabato gli scontri sono al chilometro zero della città di Kobane. La situazione, in particolare a est della città, è critica, ma continuiamo a resistere nonostante non sia una guerra equilibrata: le nostre Unità di Protezione del Popolo (YPG e YPJ) si difendono con le poche armi leggere a disposizione, mentre Daesh possiede tutti i tipi di armi pesanti per attaccare.

Quanti sono i combattenti di Daesh che vi stanno attaccando? Che armi hanno?
Ora intorno a noi ce ne sono circa ottomila, ma ogni giorno ne arrivano di nuovi da Tilabyad, da Ar-Raqqah. Sono sempre di più. Attaccano prima da lontano con lanciarazzi, carri armati e mortai, poi si scagliano a migliaia. Non finiscono mai. Si vede che dietro di loro c’è una forza. Hanno a disposizione le armi dell’esercito iracheno prese a Mosul e anche quelle dell’esercito siriano. Possiedono cannoni da 133 e 122 millimetri di modello sovietico, tanks T-72 e T-55, missili Fagost 9K111 e Konkurs, tutti i tipi di mitragliatrice. Negli ultimi 21 giorni ne abbiamo uccisi più di 300, tra loro c’erano anche molti marocchini e turchi.

Da tempo accusate la Turchia di averli favoriti, ma il presidente Recep Tayyip Erdogan ha smentito e ora il governo di Ankara ha affermato di voler seguire una politica più attiva per contrastarli.
La Turchia ha dichiarato ufficialmente che sono un nemico, ma sul campo di battaglia non li tratta come un nemico. Ci sono moltissime prove che dimostrano il sostegno: la frontiera, ad esempio, è chiusa ai curdi turchi che vogliono venire a Kobane per lottare oppure mandare aiuti alla popolazione, ma la stessa frontiera è aperta agli jihadisti di Abu Bakr al-Baghdadi che possono entrare in Siria, ci sono persino treni che si fermano in un posto dove non c’è la stazione pur di rifornirli di armi.

Le operazioni della coalizione sembra non riescano a fermare l’avanzata. Che accade?
Sarebbe utile che gli aerei della coalizione attaccassero le postazioni di Daesh e invece non lo fanno. Quando gli aerei cominciano a bombardare loro si allontanano e tornano di nuovo quando gli aerei vanno via. Se gli aerei bombardassero per due giorni di seguito, colpendoli davvero, sarebbero già finiti. Ma non lo fanno. E così non appena gli aerei si allontanano, si rafforzano e ci attaccano di nuovo.

Quanti dei vostri sono caduti?
Circa 50 membri delle YPG e YPJ sono diventati martiri. Opponendo una resistenza da eroi. Come Arîn Mirkan (nome di battaglia di Dilar Gencxemîs n.d.r.) una donna combattente che ha condotto un attacco suicida a Miştenur. Ha sacrificato la sua vita non per paura, ma per uccidere almeno dodici appartenenti alle bande di Daesh e per impedirgli di entrare in città. Si stanno diffondendo molte notizie false, dicono che alcune persone sono morte e invece sono vive, eppure le YPG dichiarano ufficialmente i nomi e le foto dei caduti.

Giorni fa la stampa italiana ha parlato di combattenti curde, per alcuni peshmerga, catturate e decapitate. E’ una notizia vera?
Da anni tagliano le gole senza distinguere tra chi è delle YPG e chi no, tra un curdo o uno straniero. Tagliano le gole ai bambini, alle donne, addirittura agli anziani. E non è escluso che abbiano tagliato le gole anche ai nostri, ma qui a Kobane non ci sono peshmerga.

Ci sono ancora civili dentro a Kobane?
Nei primi giorni di quest’ultimo devastante attacco molti sono stati fatti evacuare per evitare un massacro. Nei villaggi sono rimaste solo le nostre forze di difesa, ma non avendo munizioni a sufficienza, hanno dovuto ritirarsi. Ora a Kobane il 15 per cento della popolazione è composta da civili. Domenica scorsa una persona è morta per dissanguamento perché l’esercito turco ha chiuso il confine. Ci sono almeno quindici feriti ora, ma in centinaia sono stati presi da Daesh. Non sappiamo dove li abbiano portati, se siano vivi o morti. Non sappiamo nulla.

Perché hanno così tanto interesse a conquistare Kobane?
Kobane è il primo posto dove è partita la rivoluzione del Rojava (il Kurdistan siriano composto da tre cantoni, ndr). Nel cantone vivono etnie diverse, non solo curdi, ma anche arabi, turcomanni, assiri, armeni e cristiani, yazidi, musulmani, e la loro convivenza pacifica è il futuro dell’umanità. E’ una città simbolo, un modello per il futuro della Siria. Attaccare Kobane significa attaccare il modello dell’autonomia democratica, non riconoscere la volontà popolare. Far cadere Kobane significa far cadere tutta la rivoluzione, perché poi andranno al cantone di Efrin e a quello di Cizre in cui già si registrano scontri.

Cosa chiedete alla comunità internazionale?
Chiediamo che si faccia portavoce della resistenza di Kobane, perché stiamo lottando per la democrazia e lo stiamo facendo non solo per noi, ma per tutti. Da quasi un anno siamo sotto attacco dei miliziani dell’autoproclamato Califfato e, da più di venti giorni, le nostre Unità di Protezione del Popolo insieme a tutta la popolazione, a chiunque sia in grado di usare un’arma, lottano senza sosta. Eppure la stampa internazionale non racconta questa resistenza eroica, ma riporta continuamente che la città di Kobane è caduta, come se noi non fossimo qui a combattere­. In questo modo, magari senza capirlo o saperlo, fanno propaganda proprio a Daesh. Non si rendono conto che così si rischia di demoralizzare la popolazione e farle sentire che ha già perso. Ma soprattutto non è vero. Non lasceremo Kobane, la difenderemo tutti insieme fino alla fine.

 

Espresso – di Floriana Bulfon

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