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La ricerca del dialogo e della soluzione pacifica per la questione curda

La ricerca del dialogo e della soluzione pacifica per la questione curda

La ricerca di percorsi per mettere fine al conflitto in corso in Turchia da 34 anni nel contesto della questione curda e di risolverlo pacificamente non è nuova. Il primo passo in questa direzione è già stato fatto nel marzo 1993 dal Presidente turco Özal e il Presidente del PKK Abdullah Öcalan. Attraverso la mediazione dell’allora Segretario Generale dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK – YNK) e di Celal Talabanî, successivamente diventato Presidente dell’Iraq, il PKK nel marzo 1993 ha proclamato una tregua unilaterale. Anche la parte statale avrebbe dovuto fare passi concreti per entrare nella fase negoziale. Ma con l’improvvisa e problematica morte di Turgut Özal nell’aprile 1993 non è stato fatto alcun passo e l’iniziativa non ha avuto successo. Nel maggio 1993 sono invece ripresi forti scontri. Da parte statale l’iniziatore e architetto era Turgut Özal. Le facoltà e la sua forza tuttavia erano limitate. Öcalan in una delle sue dichiarazioni analizzò la situazione: “Turgut Özal era sincero, voleva muovere qualcosa, ma la sua forza non è bastata. La sua morte lascia dubbi. Io penso che sia stato tolto di mezzo grazie a un complotto.”
La ricerca di una soluzione nel 1993 è stata la prima iniziativa importante − più tardi ne sono seguite di simili. Fino all’anno ci sono stati cinque diversi tentativi a diversi livelli. La parte curda ha sempre reagito positivamente con una tregua unilaterale. Con queste iniziative tuttavia non è stato possibile raggiungere un successo. Tutte le attività dopo il 1993 sono state sviluppate più che altro nell’ottica di mettere il movimento in un atteggiamento di attesa e nell’inattività per guadagnare tempo. Per questo non voglio entrare maggiormente nei dettagli. Con la successiva intensificazione della guerra e la complicazione del problema, si sono moltiplicate anche le iniziative di pace e sono state avviate nuove fasi.

Dall’anno 2006 con il sostegno di alcuni Stati e l’inserimento di istituzioni per la mediazione è iniziato un periodo di dialogo e trattative, la cosiddetta fase di Oslo. Negli ultimi mesi dell’anno 2007 ha assunto la forma di una comunicazione faccia a faccia sotto l’osservazione di mediatori e con colloqui periodici è proseguita fino alla fine del giugno. Si è svolta completamente sotto la supervisione di mediatori e con luoghi, logistica e misure di sicurezza organizzati da loro. Accanto ai colloqui faccia a faccia sono stati continuamente trasmessi anche documenti e notizie. Inoltre gli incontri attraverso la delegazione statale sono stati condivisi con Öcalan in forma scritta e le sue opinioni presentate in forma scritta anche negli incontri. I colloqui faccia a faccia durante la fase di Oslo sono stati protocollati, i risultati dei colloqui registrati in protocolli e sia le due parti sia l’istituzione mediatrice ne hanno rispettivamente ricevuto copia.

Se non all’inizio, alla fine del 2008 la fase è comunque stata maggiormente mantenuta attraverso reciproche tregue, che tuttavia non sono state proclamate a livello ufficiale. Indubbiamente di tanto in tanto sono state infrante. Le ragioni per questo sono stati passi mancanti da parte dello Stato, promesse non mantenute e tattica di temporeggiamento, così come operazioni di polizia contro la popolazione civile e istituzioni democratiche. Anche se la parte curda ha più volte presentato proposte per una Roadmap, la controparte nonostante le promesse si presentava agli incontri a mani vuote. Con diversi pretesti – che erano imminenti delle elezioni, che la burocrazia era lenta, che il governo stava lavorando sulle proposte o che il tempo non era stato sufficiente – una parte veniva continuamente tenuta in sospeso. Per superare questa stagnazione, Öcalan all’inizio del maggio 2011 presentò una Roadmap, costituita da tre protocolli. Nonostante l’insistenza della parte curda perché la delegazione statale rispondesse ai protocolli prima delle elezioni del 12 giugno 2011 e presentasse proprie proposte, prima delle elezioni non ci sono state proposte e anche dopo la delegazione statale si è presentata a mani vuote. In questo periodo inoltre sono state forzate operazioni militari e la fase di Oslo nel luglio 2011 è entrata in una fase di stallo.

Con lo stallo dei colloqui di Oslo è iniziata una fase di forti scontri. Nella seconda metà dell’anno 2011 e per tutto il 2012 la guerra è stata condotta con molte perdite da entrambe le parti. Il governo turco con questo perseguiva l’obiettivo di annientare il movimento di liberazione del Kurdistan come le Tigri Tamil attraverso l’applicazione del modello Sri Lanka. Ma il piano non ha dato frutti; l’esercito non ha avuto success e la guerra per loro si è sviluppata in modo sempre più negativo. Poi alla fine dell’anno 2012 sono iniziati colloqui segreti con Öcalan a Imralı. Con la vista di due parlamentari curdi il 3 gennaio 2013 sono diventati pubblici. Prima Öcalan era stato per 18 mesi in isolamento totale. Così è iniziata l’iniziativa nota come fase di Imralı e durata fino al 2015 per il dialogo e la pace.

Nella fase di Imralı, prima la delegazione governativa si recava sull’isola e si incontrava con Öcalan, poi veniva portata una delegazione del Partito Democratico dei Popoli (HDP) costituita da tre deputati. I deputati trasmettevano le notizie da Imralı alla direzione dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) sulle montagne di Qandil. La direzione della KCK trasmetteva la risposta attraverso i deputati a Öcalan. Nella prima fase solo deputati potevano andare sull’isola. Attraverso l’insistente richiesta di Öcalan, alla delegazione sono state aggiunte altre due persone, una rappresentante del movimento delle donne del Kurdistan e una delle istituzioni democratiche curde. In quel periodo sono cessati gli scontri e c’è stata una tregua bilaterale. Il processo era in larga misura nell’attenzione dell’opinione pubblica. La delegazione di deputati teneva regolarmente conferenze stampa per informare sugli sviluppi. La fase di Imralı ha avuto grande risonanza nell’opinione pubblica. Secondo sondaggi, il 70% della popolazione sosteneva questi colloqui di Imralı.

Se il governo avesse mantenuto le sue proposte e avesse davvero voluto risolvere i problemi, nell’anno 2013 ci sarebbe stato un accordo di pace e il problema avrebbe avuto fine. Ma questo non è successo. Come anche nella fase di Oslo, il governo anche questa volta non ha mantenuto le sue promesse e ha continuato a chiedere all’altra parte di pazientare. Öcalan ha continuamente provato a spianare la strada con proposte e progetti alternativi. Con la cura e l’impegno di Öcalan, il 28 febbraio 2015 il governo e l’HDP hanno redatto una dichiarazione stampa comune. Secondo l’accordo del 28 febbraio, nel giro di due settimane entrambe le parti sotto la supervisione di mediatori, si sarebbero dovute incontrare a Imralı e trattare temi fondamentali. Con lo svolgimento positivo dei negoziati e l’apertura di canali per la lotta politica, la KCK nell’ambito di un congresso avrebbe assunto la decisione di cessare la lotta armata contro la Turchia.

Ma purtroppo non è andata in questo modo; la delegazione di mediatori non è stata formata. Pochi giorni dopo il 28 febbraio il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan dichiarò che non esisteva una questione curda in Turchia. Una settimana dopo proclamava: “Non ci sarà un negoziato, non ci sarà una delegazione di mediatori, non sapevo nulla dell’accordo del 28 febbraio, il governo ha commesso un errore.« Ma era a conoscenza della conferenza stampa e si era svolta con il suo permesso. Qui il processo si è bloccato. L’ultimo colloquio con Öcalan si è tenuto il 5 aprile 2015. Dichiarò: »Molto probabilmente non vi porteranno qui un’altra volta, io penso che questo sarà il nostro ultimo incontro.” Da quel giorno i colloqui sono stati interrotti e le porte di Imralı chiuse. Da allora su Imralı sono in corso pesanti torture né la famiglia né gli avvocati possono visitare Öcalan.

Se guardiamo indietro a tutte queste fasi, diventa chiaro che la parte curda con tutte le sue istituzioni fin dall’inizio è stata sincera e voleva davvero concludere questa tappa con una pace onorevole. Per questo ha proclamato tregue unilaterali, ha più volte presentato una Roadmap e ha sopportato il temporeggiamento e le operazioni da parte dello Stato. Purtroppo non possiamo fare un’analoga valutazione per l’altra parte. Ha affrontato il processo in modo tattico, ha cercato di guadagnare tempo e nonostante le promesse, non è mai stato presentato un progetto di soluzione.
Come già in precedenza, anche la fase di Imralı è stata interrotta dallo Stato. Le sue forze armate il 24 luglio 2015 sono passate all’attacco. Da allora c’è una grande guerra e pesanti scontri. La guerra dello Stato turco non si limita alla Turchia, la sua ostilità nei confronti dei curdi non conosce confini. La guerra è stata estesa sia al Kurdistan del sud (Iraq del nord) che al Rojava (Siria del nord). Gli attacchi contro politici e attivisti curdi non si limitano solo al Medio Oriente. Commando di morte sono stati inviati in Europa per commettere massacri come gli assassinii di Parigi del 2013. Vogliono distruggere tutte le conquiste dei curdi. Questi si difenderanno con ogni mezzo contro gli attacchi in giusti, fuori dal diritto e brutali da parte dello Stato turco – come già stanno facendo.

di Adem Uzun, componente del Consiglio Esecutivo del Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK), intervento nel seminario »Die Kurden im Kontext der (De-)Eskalation im Mittleren Osten« [I curdi nel contesto della politica (dide-escalation) nel Medio Oriente] (27.01.2018 a Colonia), 05.04.2018

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