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La mappa della distribuzione dell’energia in Siria e il suo ruolo nell’equilibrio politico

La mappa della distribuzione dell’energia in Siria e il suo ruolo nell’equilibrio politico

La Siria non è un’importante sorgente di energia, se paragonata ad altri paesi mediorientali. Non galleggia su un mare di petrolio e gas naturale, a differenza di molte altre nazioni arabe. Possiede, tuttavia, dei vantaggi geografici che le conferiscono un ruolo speciale per quanto riguarda la mappa della distribuzione delle risorse energetiche, specialmente quelle non rinnovabili. Poiché la Siria è una via di passaggio che può contribuire a ridurre i costi di trasferimento dell’energia dall’Iraq e dagli stati del Golfo verso il Mediterraneo, che è a sua volta la principale via di accesso asiatica ai paesi occidentali, la sua importanza nella mappa di distribuzione dell’energia – da una posizione di importanza strategia per le forze globali – rende la Siria una considerevole fonte di interesse e attenzione da parte di queste stesse forze.

L’incapacità delle risorse energetiche siriane di attrarre ambizioni esterne in maniera tale da nutrire il conflitto proprio tra quelle forze che rappresentano queste ambizioni, non nega tuttavia per niente l’importanza di queste risorse a livello interno. La loro concentrazione all’interno di un’area geografica specifica le rende attrattive per le forze locali, per via del loro ruolo nel consolidare il potere contrattuale della potenza dominante su quell’area geografica, a partire dalla modellazione delle caratteristiche politiche della futura Siria. Il pacifico movimento siriano, che chiede la libertà, è rapidamente diventato un movimento di parti in conflitto per ottenere un tornaconto immediato attraverso il controllo dei canali di guadagno. Il risultato è la diffusione del caos morale, cosa che si è tradotta in atteggiamenti assurdi – come l’esagerazione, la diffamazione e simili – e ha portato alla divisione delle diverse sfere di influenza. Sembra che ciò sia, se non pianificato dal regime per disegnare un quadro specifico delle forze di opposizione (che di certo si sono ben prestate), [comunque finalizzato] a coprire il suo comportamento sleale nella società.

Poiché la mappa di distribuzione dell’energia rinnovabile e non, è legata all’importanza relativa delle tre province orientali, queste furono contese già dalle prime fasi del conflitto siriano e, in seguito, assunsero importanza strategica per le forze che presero il controllo dell’arena siriana dopo il “filtraggio” avvenuto nelle formazioni rivoluzionarie. Oggi le aree sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane, che sono passate dai 39.000 chilometri quadrati del marzo 2017 ai 46.000 dell’ottobre 2017, sono quelle più strategiche del territorio della Siria, di cui rappresentano circa il 25%. Lo sono soprattutto da due punti di vista.

Primo: la concentrazione di fonti energetiche rinnovabili e non rinnovabili e la domanda, dalla maggior parte delle province, dei prodotti che derivano da queste fonti energetiche, che sono principalmente gas naturale e petrolio usati sia per il consumo privato sia per uso industriale.

Secondo: quest’area geografica si trova lungo l’asse che collega il Mediterraneo e l’Asia orientale, che si estende verso l’Asia Minore e la Cina attraverso l’Iraq e l’Iran. Non c’è dubbio che questo fattore sia d’importanza strategica per le potenze che nel mondo combattono per ottenere un punto d’appoggio in Medio Oriente o per espandervi la propria sfera d’influenza.

Se le scoperte di giacimenti petroliferi avvenute nell’ultimo secolo mostrano un’elevata concentrazione delle fonti energetiche siriane soprattutto nelle province orientali, tuttavia ciò non esclude l’esistenza di potenziali riserve nelle regioni meridionali e occidentali, così come esiste la possibilità di riserve commerciali lungo le aree costiere, acque territoriali incluse. Il Ministero del Petrolio della Siria ha firmato un contratto con la compagnia russa “Soyuz Nafta” per la ricerca di giacimenti petroliferi nella zona di Sahel e nelle acque territoriali siriane.

Le fonti energetiche in Siria variano tra rinnovabili e non rinnovabili. Per quanto riguarda le prime, le fonti rinnovabili siriane sono rappresentate essenzialmente dalla generazione di elettricità per mezzo di centrali idroelettriche. Le dighe di Tishreen, dell’Eufrate e di al Ba’ath, tutte lungo il fiume Eufrate, il più grande della Siria, rappresentano le fonti più importanti di energia rinnovabile. Di seguito alcuni dati sulla loro produzione energetica.

1-Diga dell’Eufrate: è la più grande della Siria. Ha una capacità di 880 Megawatt giornalieri, con otto turbine da 110 Megawatt ciascuna, senza contare i benefici che si ottengono dall’acqua della diga per l’irrigazione di un’area agricola di 640mila ettari.

2-Diga di al Ba’ath: serve per gestire meglio i deflussi idrici provenienti dalla diga dell’Eufrate e per incrementarne la capacità produttiva di 80 Megawatt giornalieri, fungendone da elemento di massima capacità produttiva. La diga può generare 75 Megawatt di potenza elettrica, attraverso tre turbine da 25 Megawatt ciascuna.

3-Diga di Tishreen:
la sua capacità è di 630 Megawatt di elettricità, che produce impegnando sei turbine da 105 Megawatt ciascuna.

Se esiste una “linea della vita” in Siria, è certamente il fiume Eufrate, che attraversa per più di 600 km il territorio siriano e dà vita a 620mila ettari di terra ad Aleppo. La capacità produttiva delle dighe esistenti e tutte sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane è pari a 1585 Megawatt – ovvero il 20% dell’elettricità generata dai macchinari funzionanti a gas, petrolio o vapore in Siria, pari a 7860,5 Megawatt – sufficiente a rifornire di energia elettrica le aree sotto il controllo delle FDS, cosa che di certo contribuirà allo sviluppo e all’accelerazione dell’infrastruttura del federalismo della Siria del Nord rispetto alle altre aree del paese, devastate dai gruppi armati e al contempo prive di risorse energetiche. Non c’è dubbio che i benefici ottenuti da queste forze desteranno interesse nel regime siriano e nei propri alleati sul campo e il rendimento economico delle dighe costruite lungo il fiume avrà un ruolo nell’equilibrio politico.

Il controllo di queste ricchezze può condurre a dominare molti aspetti della vita. I dati scientifici attuali confermano il crescente potenziale dell’investimento nelle varie fonti di energia rinnovabile ed ecocompatibile. La Siria è un’ottima fonte di generazione di energia solare, in tutte le province, per via dell’elevata esposizione alla luce solare durante tutto l’anno, pertanto progetti basati sul solare sono fattibili sia a livello economico sia ambientale. Il governo del regime ha avviato 11 progetti basati sull’energia solare, con una capacità produttiva di 1190 Megawatt, che si trovano tutti su una linea che va da Suweida ad Hama, passando per Damasco e Homs. È stato però implementato solo un piccolo progetto della capacità di 1,26 Megawatt nell’area di al-Keswa, sobborgo di Damasco.

Per quanto riguarda, invece, le fonti energetiche non rinnovabili queste, in Siria, sono concentrate nell’estrazione di idrocarburi per la produzione di petrolio e gas naturale. Sebbene la Siria non galleggi su un mare di petrolio e gas, ha comunque una produzione tale da poter contribuire a sostenere il proprio Prodotto Interno Lordo. Nel 2010, il volume di produzione del petrolio siriano era di 400mila barili al giorno.

La Siria esportava 150mila barili al giorno e più del 90% di tale esportazione era diretta verso alcuni paesi europei come l’Italia, la Francia e la Germania. Il contributo del petrolio all’economia siriana era, nello stesso 2010, pari a 3,2 miliardi di dollari. A causa della crisi, la maggior parte dei pozzi e dei campi petroliferi ha interrotto la produzione, che invece continua nei seguenti bacini.

1-Il bacino mesopotamico, che si estende dalla Turchia sudorientale al Golfo, per una lunghezza di 2mila km e un’ampiezza di circa 350 km. I campi di Karashuk, Swediya e Rmilan sono i più importanti del bacino. Ci sono anche alcuni campi a sud di al-Hasaka e Tel-Hamis.

2-Il Bacino dell’Eufrate, caratterizzato dalla produzione di petrolio leggero, in cui uno dei campi più grandi è quello di al-Omar a est di Deir ez-Zor. Nel bacino ci sono, poi, diversi altri campi petroliferi, come il campo di Tannak a Badia al-Shuaitat, il campo di al-Wared, il campo di al-Tem e quello di al-Jafara; vi si trova, inoltre, l’impianto di gas naturale di Koniku, che riforniva i distributori di Gender e Deir Ali per la generazione di elettricità e la fornitura di gas in varie province, cosicché tale impianto presenta una grande importanza strategica per diverse autorità siriane.

3-Il bacino di Palmira, il più grande bacino di gas naturale, dove il campo più importante è quello di al-Shaaer.

Gli sviluppi recenti, l’ultimo dei quali il controllo – da parte delle Forze Democratiche Siriane – del campo di al-Omar (il più grande campo petrolifero siriano), confermano che la mentalità di esclusione attuata dal regime nei confronti delle varie forze siriane raggruppate dalle FDS, non potrà che ripercuotersi sulla propria situazione economica, privandolo di almeno il 90% dei proventi di petrolio; questo perché, anche se le aree sotto controllo del regime nella zona di Palmira sono più estese di quelle che si trovano sotto il controllo delle FDS, la maggior parte dei campi petroliferi è comunque sotto il controllo di queste forze. Le FDS controllano, infatti, quei campi che possiedono una capacità produttiva giornaliera di 400mila barili (nel caso di ripristino delle strutture produttive e possesso della capacità operativa), mentre la produzione dei campi controllati dal regime non va oltre i 35mila barili al giorno.

Tutto ciò indica la grande importanza che ha il petrolio nella definizione delle caratteristiche dell’equilibrio politico siriano. Il petrolio non può essere escluso né trascurato nelle negoziazioni politiche – le cui caratteristiche divengono pian piano più chiare dopo la liberazione di Raqqa dal DAESH – poiché esso, nella ricerca di un fattore di stabilità, implica che il rispetto delle autorità centrali sia accettato, [non imposto], rifiutando così la logica stessa di un governo centralizzato sulla Siria dopo la guerra.

Per quanto concerne il gas naturale, nello scorso secolo la sua produzione è stata limitata al gas associato all’estrazione del petrolio nei campi già conosciuti nel nordest della Siria. L’inizio del secolo attuale, tuttavia, ha visto uno sviluppo significativo nella produzione del gas estratto dai campi privati nelle province di Raqqa e Homs.

Siamo, comunque, ancora nella fase di studio esplorativo, bloccata a seguito degli eventi che hanno coinvolto la Siria a partire dal marzo 2011 senza che le attività di perforazione avessero avuto inizio. La produzione di gas, pertanto, che ammontava a 8,7 miliardi di metri cubi nel 2011, è da allora quasi del tutto crollata nell’area geografica che si estende dall’estremo nordest della provincia di al-Hasaka a Deir ez-Zor, così come nei campi situati tra Raqqa e Homs. Il gas impiegato per il consumo domestico e industriale è stato sfruttato e gli impianti per la produzione sono stati riforniti dell’energia necessaria per il funzionamento. La produzione di gas è calata da 8,7 miliardi di metri cubi nel 2011 a 7,6 nel 2012, poi a circa 5,9 nel 2013, 5,4 nel 2014 e 3,65 miliardi di metri cubi prima della caduta di Palmira, quando il DAESH distrusse la linea di rifornimento di gas nell’area di Farquls per privare il regime delle fonti di gas che gli permettevano di generare elettricità attraverso gli impianti siti nelle aree di suo controllo e costringerlo a trattare per ottenere gas dal DAESH in cambio della fornitura di elettricità.

I rifornimenti della stazione di distribuzione di Jandar – che fornisce gas a Damasco, Homs e alle maggiori città della Siria – non sono stati interrotti. Questa stazione si trova a Deir ez-Zor, che è stata controllata da vari gruppi armati come l’armata di Joujou, il fronte al-Nusra, il Consiglio Islamico della Shura e il DAESH, durante la cui occupazione è stata danneggiata dai bombardamenti delle forze della coalizione, nel marzo 2016. Queste forze hanno poi condotto un atterraggio aereo nel settembre 2017. Il regime ha usato la stessa tattica anche per la diga dell’Eufrate, che nel 2013 passò sotto il controllo del DAESH. Il DAESH la controllava mantenendo lo staff tecnico necessario per far funzionare il sistema.

Attualmente la distribuzione di gas naturale è ripartita tra le forze del regime a sud e a ovest dell’Eufrate e le Forze Democratiche Siriane a nord e a est del fiume.

Monitorando le capacità produttive dei campi di gas naturale, si osserva una superiorità relativa da parte del regime sulle Forze Democratiche Siriane per ciò che riguarda il volume prodotto. La produzione di gas nei territori posti sotto il controllo del regime è pari a 7,45 milioni di metri cubi al giorno, ovvero il 57% della produzione totale di gas nei campi della Siria. La capacità produttiva dei campi controllati dalle Forze Democratiche Siriane, invece, risulta pari a 5,6 milioni di metri cubi al giorno, il 43% della capacità produttiva totale. Nonostante la superiorità relativa del regime sulle FDS in relazione ai volumi prodotti, le strutture costruite nell’area delle Forze Democratiche Siriane giocano un ruolo vitale nel fornire alla Siria elettricità e gas per uso domestico, specialmente da Koniku e Swediya verso al-Hasaka.

Un punto importante nella mappa della distribuzione dell’energia fossile in Siria è quello relativo all’estrazione attuata dalle compagnie occidentali, specialmente l’anglo-olandese Shell: notiamo che gli investimenti petroliferi nel secolo scorso si sono soprattutto concentrati nelle province di al-Hasaka e Deir ez-Zor, mentre la maggior parte degli investimenti attuali è localizzata nell’area a sud e a ovest dell’Eufrate e in quella che si estende dalle campagne occidentali e meridionali di Deir ez-Zor e dalla zona a sud di Raqqa fino al deserto di Palmira e alla zona di Homs.

Le compagnie che si occupano di esplorazione e di estrazione sono russe, cinesi, iraniane, venezuelane e malesi. Ciò significa che il regime siriano ha ricorso a compagnie orientali per gli investimenti petroliferi, nonostante il 90% delle proprie esportazioni sia diretto verso l’Unione Europea. Una cosa da notare nella strategia di investimento nei combustibili fossili attuata dal regime nel secolo attuale, è la costruzione di solide relazioni economiche basate sulle concessioni petrolifere a partner che contrastano le politiche occidentali in Medio Oriente, lavorando così per tenersi fuori dal controllo dei paesi occidentali e, inoltre, per stabilire un rapporto fortemente diseguale con la vicina Turchia. Il regime ha immaginato che tutto questo lo avrebbe posto in una posizione diplomatica vantaggiosa, alla luce dei cambiamenti globali. Il regime pensava che, per mezzo di ciò, sarebbe stato capace di giocare tra i vari schieramenti e creare una rottura globale nel Medio Oriente, cosicché la Siria sarebbe diventato il paese che tutti avrebbero cercato di ingraziarsi.

Le manovre condotte dal regime siriano hanno quasi del tutto bloccato gli investimenti petroliferi nelle regioni a sud e a ovest dell’Eufrate e hanno delineato le caratteristiche di una nuova fase che ha dato all’occidente un ruolo chiave nella mappa generale degli investimenti in Siria. Ciò ha reso la parte settentrionale un importante punto nodale per tutta quella zona che, partendo dall’Asia orientale e Minore, va a finire sulle coste orientali del mediterraneo.

Relativamente all’elettricità, la quantità di energia elettrica che può – teoricamente – essere prodotta negli impianti a combustibile fossile, è pari a 7860,5 Megawatt. Questi impianti si basano sulla generazione di potenza elettrica mediante gas naturale, petrolio pesante e, in piccole quantità, petrolio leggero, usato negli impianti di Aleppo, Mahreda e Banias, con una capacità produttiva totale che non supera gli 89 Megawatt giornalieri (fonte: Rapporto Annuale del 2016 dell’Istituto Generale per la Generazione dell’Energia). La mappa di distribuzione di questi impianti indica che si trovano nelle zone sotto controllo del regime, tranne l’impianto di Swediya (capace di generare 172 Megawatt). Da quanto già esposto in precedenza, si può notare che la maggior parte degli impianti si trova su una linea che si estende dal sud della Siria, nelle campagne di Damasco, fino alla provincia di Aleppo; fanno eccezione i due impianti localizzati nell’est della Siria, ovvero Swediya e al-Taim, che si trovano ad al-Hasaka e Deir ez-Zor e hanno una capacità totale di 268 Megawatt (il 3,41% della produzione totale di tutti gli impianti a combustibile fossile). Il motivo della concentrazione di impianti a combustibile fossile nella striscia che parte dal sud della Siria e arriva alla zona nord parallelamente al confine occidentale, nonostante la distanza di quest’area dalle fonti primarie, potrebbe essere la presenza delle tre dighe sull’Eufrate, che possono soddisfare da sole i bisogni energetici delle tre province orientali: ciò ha portato il governo alla decisione di costruire impianti nelle regioni occidentali per rifornirle dell’energia elettrica loro necessaria. Potrebbe essere il risultato di una politica mirata alla proliferazione, in tutta la Siria, di istituzioni produttive e fonti di materie prime, adottando – in questo modo – una metodologia di sviluppo regionale.

Il regime dipende soprattutto dal gas naturale per la generazione di elettricità, essendo la percentuale di impianti funzionanti a gas pari al 46,5%, che sale al 75,4% considerando quelli misti a gas e petrolio. Il ricorso al gas per la generazione di energia in percentuali così alte, è dovuto alla disponibilità della materia prima, oltre a risultare eco-compatibile. Questa politica è corretta sia a livello economico sia a livello ambientale.

L’elettricità generata nelle aree sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane è pari a 1753 Megawatt al giorno, equivalente al 18,48% di tutta l’elettricità generata in Siria. Esiste un considerevole potenziale nell’ambito della generazione mediante campi fotovoltaici perché vaste aree non adibite all’agricoltura possono essere utilizzate a questo scopo, riducendo così i costi in maniera significativa.

Il regime non attua pressioni sulle Forze Democratiche Siriane, poiché in queste aree non controlla la generazione dell’energia né gli impianti direttamente. Questa debolezza del regime rappresenta, per le FDS, un punto di forza per consolidare il sistema amministrativo rappresentato dal proprio braccio politico, il Consiglio Democratico Siriano.

In generale, le aree controllate dalle FDS sono caratterizzate da vantaggi comparativi in termini di generazione di potenza così come di varietà di fonti energetiche, il che dà loro la possibilità di costruire un sistema economico indipendente da Damasco, allorquando il regime rifiutasse di trattare. Si tratta di più del 50% del PIL siriano. Per questo motivo, il ruolo assunto dalle fonti energetiche non può essere trascurato nel disegnare gli equilibri politici tra le varie componenti siriane. È quasi impossibile immaginare un futuro per la Siria se prevale il caos economico, sociale, politico, militare e morale; è quasi impossibile immaginarlo se non c’è grande interesse a definire l’equazione risultante dalla distribuzione delle fonti energetiche tra le varie parti che controllano determinate aree geografiche nel conflitto; perché l’energia è una delle chiavi più importanti per una soluzione e per la costruzione di un futuro armonioso tra le varie componenti della società siriane che, insieme, sono alla ricerca della convivenza.

di Ahmed Youssef

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