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Jinwar – un luogo delle donne

Jinwar – un luogo delle donne

Nel mezzo della guerra in Siria, le donne nel Rojava si costruiscono una nuova vita. Le esperienze raccolte nella costruzione dell’autonomia democratica, nell’organizzazione di base nelle comuni di donne, cooperative di donne e consigli di donne, hanno dato loro il coraggio di osare nuovi passi. Così è nata l’idea di fondare il villaggio delle donne Jinwar. Jinwar, che in curdo significa »luogo delle donne« dovrà diventare un villaggio nel quale le donne che attraverso la guerra hanno sofferto per la guerra e la violenza, così come donne che non vogliono creare una famiglia classica, ma piuttosto desiderano una vita collettiva con altre donne, possono vivere insieme e in modo autodeterminato. Donne di diverse città e villaggi del Rojava sono coinvolte in questo progetto. Con la costruzione di Jinwar collegano la costruzione di una nuova cultura di vita che allo stesso tempo si ricollega a forme di produzione e di vita tradizionali ecologiche nella regione della Mezza Luna Fertile. Già adesso è sicuro che l’effetto di Jinwar non resterà limitato al villaggio, ma ispirerà e rafforzerà anche donne in altri luoghi e mostrerà nuove prospettive di vita.

In un’intervista con Cîhan e Emîne del comitato di costruzione del villaggio »Jinwar« riferiscono con orgoglio e fiducia del loro intento.

Cîhan lavora anche nella presidenza dell’istituto per i parenti dei caduti. Ha otto figli. Suo figlio Mazlum è caduto nel 2014 a Mabruka, quando sono stati liberati i territori occupati da IS tra i cantoni di Kobanê e Cizîrê. Altri cinque figli e suo marito sono nella guerriglia e con le Unità di Difesa del Popolo YPG e con le Unità di Difesa delle Donne YPJ. Vive insieme alla sua figlia più giovane.

Emîne lavora nel consiglio cittadino di Dirbêsiyê e anche lei ha perso parenti in guerra. Dall’inizio della rivoluzione nel Rojava è attiva nel Congresso delle Donne Kongra Star e lo rappresenta nel comitato per la costruzione del villaggio. Non è sposata. Dice di aver deciso per il lavoro delle donne perché lei stessa è una donna e si sente legata ad altre donne: »Come donne possiamo capire meglio il dolore delle altre donne.«

Quali problemi vivono le donne nella società nel Rojava?

Emîne: Le donne vivono molti problemi e molto dolore. Le donne nella nostra società non sono ancora del tutto accettate. Attraverso il lavoro delle donne vogliamo cambiare questa situazione e alleggerire un po’ il peso che grava sulle donne.

Come è successo che avete preso parte al comitato per la costruzione di Jinwar?

Emîne: Da circa due anni discutevamo di un progetto del genere. Volevano mettere in piedi qualcosa per le donne qui nel Rojava. Ma inizialmente le condizioni per questo erano molto difficili, perché la guerra non permetteva che qui iniziassimo con un’impresa del genere. Quando all’inizio di quest’anno alcune donne hanno preso seriamente in mano l’iniziativa, siamo state contente. Perché come donne sappiano quello che le donne devono sopportare. In particolare sono contenta del fatto che ora costruiamo il nostro villaggio qui nel Rojava.

Cîhan: Quando è stato fondato il comitato per la costruzione di Jinwar, volevo partecipare a nome dei parenti dei caduti. Ne sono stata contenta, perché questo è un lavoro di donne per le donne. Quello che in mio potere lo farò per contribuire a una costruzione efficace. Da migliaia di anni le donne vegono oppresse. Ma il futuro è loro. La mentalità maschile ha inglobato tutto quello che le donne hanno creato. Eppure sono state le donne che all’inizio hanno costruito il mondo e la società. Le donne hanno trovato il frumento e lo hanno coltivato. Le donne hanno fatto tutto: piantato giardini, organizzato la vita, fatto e allevato bambini … Poi le donne sono state derubate di quello che hanno creato nella storia e sono state oppresse. Con la rivoluzione nel Rojava e la considerazione che il Presidente Apo gli ha mostrato, le donne hanno ricevuto il grande coraggio di riconquistarsi la loro vita. Molti uomini ancora non vogliono accettarlo. Si lamentano: »Tutto è sempre solo per le donne. Prima tutto era degli uomini,ora le donne sono diventato tutto e si prendono tutto!« No, non è così. Vogliamo dare forma a questo mondo insieme. Non vogliamo opprimere gli uomini. Ma anche gli uomini non devono più opprimere le donne. Deve esserci una vita paritaria. Per questo Jinwar per noi è molto importante. Chi avrebbe potuto sognare che un giorno sarebbe stato costruito un villaggio delle donne? Di questo siamo contente e facciamo appello a tutte le donne del mondo: ovunque viviate, gioite insieme a noi!

Jinwar significa »luogo delle donne«. Come immaginate la vita nel luogo delle donne? Che tipo di vita volete costruirci?

Cîhan: Stiamo solo iniziando una cosa nuova, ma vogliamo costruire una vita naturale, libera, bella. Nelle famiglie ci sono sempre liti tra uomini donne. C’è insoddisfazione. Vogliamo una vita con comprensione reciproca. Questa è la nostra visione. Ma è solo un inizio nuovo, per questo non sappiamo ancora come sarà nella realtà. Spesso la fantasia e la realtà non coincidono. L’obiettivo del villaggio è che tutte le abitanti del villaggio lì possono vivere e lavorare insieme. Lì possiamo piantare i nostri giardini e alberi. Donne che hanno bambini, lì possono vivere insieme ai loro figli. L’obiettivo è che le donne lì si esprimano senza difficoltà per poter realizzare la propria vita.

Emîne: Vogliamo una vita collettiva naturale, cioè costruire una vita ecologica. Per quanto possibile vogliamo provvedere a noi stesse con il nostro lavoro. Vogliamo produrre insieme i viveri necessari secondo le nostre necessità, raccoglierli e mangiarli insieme.

Il 25 novembre 2016 il comitato del villaggio è stato fondato ufficialmente e voi avete piantato i primi alberi nel luogo dove deve sorgerà Jinwar. Per l’8 marzo è avvenuta la posa della prima pietra. Qual è lo stato attuale dei lavori?

Emîne: Ora abbiamo preparato l’infrastruttura per il villaggio: il terreno è stato spianato ed è stata costruita una via di accesso. È stato garantito l’approvvigionamento di corrente e acqua. C’era un vecchio pozzo che è stato rimesso in funzione. Ma dato che quest’anno ha piovuto molto e il periodo delle piogge non è ancora finito, non abbiamo ancora potuto iniziare con la costruzione delle case. Ora abbiamo fatto tutti i preparativi per poter iniziare appena le condizioni del tempo saranno adatte. Questo significa che sono stati procurati i materiali necessari e organizzate le persone che parteciperanno alla costruzione.

Per i diversi settori di lavoro abbiamo composto gruppi di lavoro e un comitato. Siamo cinque donne che coordinano tutto il lavoro. Ci sono donne che sono responsabili per le finanze, altre organizzano i lavori di costruzione. Allo stesso tempo dobbiamo occuparci dei viveri per le lavoratrici e i lavoratori edili. Altre donne piantano giardini, altre ancora fanno il lavoro per la stampa e l’opinione pubblica. Allo stesso tempo abbiamo un’area di sostegno fatta di donne di diversi ambiti di lavoro del movimento delle donne e di organizzazioni del società civile che collaborano. Ci sono molti lavori che avvengono contemporaneamente e devono essere coordinati.

Costruite un villaggio di terra, con sistemi di costruzione con l’argilla. Perché avete deciso per questa modalità?

Cîhan: Il nostro villaggio di terra sarà molto bello. È naturale e sano. Anche i nostri antenati qui vivevano in villaggio costruiti con l’argilla. Anche se significa più lavoro, le case di argilla sono più belle di quelle di cemento. L’argilla d’inverno isola dal freddo e l’estate dal calore. Le donne ne sanno qualcosa di questo lavoro. Anche prima facevamo mattoni di argilla, costruivamo e intonacavamo con l’argilla. Lavori che le donne prendono in mano hanno successo. Facciamo il nostro lavoro in modo accurato e bello. Jinwar dovrà diventare il nostro paradiso.

Insieme al villaggio pianificate anche l’approvvigionamento e l’agricoltura. Cosa volete coltivare?

Emîne: Complessivamente per il villaggio e l’agricoltura abbiamo a disposizione venti ettari di terreno. Tre ettari e mezzo di alberi da frutta e di ulivo sono stati piantati. Per il resto abbiamo seminato segale. Come prossima cosa vogliamo piantare viti. Per il resto qui possono essere coltivati lenticchie, fagioli, ceci, cumino, frumento, cavoli e diversi tipi di verdure e di erbe. Il terreno e il clima tradizionalmente sono molto produttivi. Quando saranno terminati i lavori di costruzione del villaggio, allargheremo il lavoro agricolo.

Quante donne vivranno nel villaggio? Quante case costruirete? Oltre alle case per le abitazioni ci saranno anche edifici comuni?

Emîne: Complessivamente abbiamo previsto spazio per cinquanta case d’abitazione. In quest’anno entro la fine dell’autunno vogliamo completare trenta case, una scuola, un’accademia di Gineologia, una casa per il comitato per la salute e depositi per l’agricoltura. Pianteremo un giardino con erbe curative. Il rifornimento sanitario dovrà basarsi in prevalenza su »medicina curda« tradizionale (ossia medicina naturale). Alla costruzione di Jinwar partecipano anche donne che hanno conoscenze in materia di metodi di cura tradizionali.

Se una donna vuole venire a Jinwar e viverci, può semplicemente venire da voi? Le donne qui possono realizzare anche i loro progetti culturali o agricoli?

Cîhan: Sì, certamente. Finora ci siamo rivolte principalmente a donne che per la guerra hanno perso i loro mariti. Hanno più di tutti la necessità di una vita collettiva con altre donne. Qui ognuna può fare qualcosa secondo le proprie possibilità: alcune vogliono lavorare nell’agricoltura, altre vogliono occuparsi di giardinaggio o di allevamento di bestiame. Qui nei villaggi tradizionalmente vengono tenute pecore, capre, mucche, galline, tacchini, oche per le proprie necessità e su piccola scala sono anche oggetto di commercio. Ogni donna che vuole vivere qui e fare qualcosa, può rivolgersi al comitato di costruzione. Poi discuteremo insieme se i nostri piani e le nostre idee combaciano. Dappertutto nel Rojava le donne possono mettersi in contatto con noi tramite le comuni, il Kongra Star e le diverse organizzazioni sociali di base e consigli.

Nel Rojava la vita complessivamente è organizzata attraverso comuni e consigli del popolo o delle donne. Anche Jinwar si organizzerà come comune delle donne?

Emîne: Sì, certo. Così come ci sono comuni e consigli in tutti i villaggi e in tutte le città, noi ci organizzeremo come comune di donne anche nell’ambito delle strutture dell’autonomia democratica.

Come saranno le regole della convivenza a Jinwar? Quali regole e idee di valori ci sono? Chi decide in proposito? Come si vogliono risolvere i problemi nella quotidianità? Come esempio: Se una donna butta in giro la propria immondizia e le altre si arrabbiano per questo. Come si affronta una cosa del genere?

Cîhan: Problemi del genere li risolveremo da noi. Per questo ci sono le nostre assemblee della comune. Già oggi dappertutto sono le donne che risolvono problemi e conflitti della convivenza sociale. Le donne sia nella storia che nella realtà sociale attuale hanno dimostrato di essere in grado di amministrarsi da sé. Lavori e compiti che prima venivano svolti solo dagli uomini, oggi ovviamente vengono gestiti anche dalle donne. Le donne hanno imparato a combattere, guidare la macchina e indirizzare da sé la propria vita. Le donne possono costruire da sé le loro case e la loro vita. Le donne possono mettere al mondo bambini e allevarli. Non c’è niente che le donne non sappiano fare. Per questo le donne possono anche risolvere i loro problemi da sé. Una donna non butterà mai la sua immondizia nel giardino di un’altra donna! Questa mentalità ci è estranea. Le donne si capiscono tra loro e le donne badano alla pulizia nel loro ambiente.

Come garantirete la vostra protezione e la vostra difesa? Jinwar rappresenta un’alternativa alla forme di vita patriarcali. Possono esserci uomini che non lo accettano. Allo stesso tempo in Siria e in Rojava c’è una realtà di guerra. Come potete proteggervi da eventuali attacchi da parte di IS o del regime?

Emîne: La sicurezza è una componente fondamentale della nostra organizzazione nelle comuni e nei consigli. Nel villaggio delle donne, le donne provvederanno alla propria sicurezza. Comporremo il nostro comitato civile di autodifesa e sicurezza.

Quali sono le reazioni e le aspettative delle donne con le quali parlate della costruzione di Jinwar? Cosa ne dicono i vostri conoscenti e vicini?

Emîne: Qui ci sono molte persone che non si lasciano convincere tanto facilmente da qualcosa di nuovo fino a quando non l’hanno visto con i propri occhi. Molti pensano scetticamente che sia irrealistico e un’illusione costruire un villaggio di donne. Alcuni dicono: »Che villaggio è questo che volete costruire? Rovinerete la nostra relazione con gli uomini, ci saranno liti con gli uomini. Ogni donna che avrà guai con suo marito lascerà la sua casa per trasferircisi.« Noi diciamo che per noi si tratta del fatto che le donne stiano sulle proprie gambe, si stacchino dalla dipendenza e possano provvedere a se stesse. Per esempio ci sono giovani donne che non vanno d’accordo con le loro famiglie, che non vogliono più viverci e che non vogliono neanche sposarsi. [Tuttora a livello sociale viene a stento accettato che donne giovani vadano via da casa e vivano da sole.] Vogliono provvedere a se stesse e svolgere un lavoro. Anche per queste donne vogliamo creare delle alternative. Ma ci vorrà tempo fino a quando la società in generale comprenderà e accetterà un progetto del genere. Ma quando Jinwar sarà pronto, quando lo vedranno con i propri occhi, allora tutte vorranno venire a vivere qui.

Cosa dicono gli uomini in proposito?

Cîhan: Non è strano che uomini e la mentalità maschile si mettano contro il nostro intento. Dicono: »Queste Apocî hanno fatto delle donne delle dee che ora possono decidere di noi!« Ma non possono più impedirci di mettere in pratica i nostri piani. Le prospettive del Serok ci hanno aperto molte nuove possibilità. Le donne non accettano più il dominio degli uomini. Le donne ora dappertutto hanno ruoli guida e sfruttano queste possibilità. Non ci importa di cosa ne dicono gli uomini, dato che siamo consapevoli della nostra forza non possono più fermarci.

Forse non a tutte le donne sarà possibile trasferirsi a Jinwar, ma sono certa che l’effetto di Jinwar andrà molto oltre il villaggio e che darà coraggio alle donne in altri luoghi. Un’esperienza importante nella costruzione delle prime organizzazioni di donne circa quindici anni fa è stato che le donne hanno aumentato la coscienza di sé. Perché da allora in avanti sapevano che esiste un luogo che è loro, dove sono sempre benvenute. Questo fatto ha influenzato anche il comportamento degli uomini, perché da allora in poi anche gli uomini sono stati costretti a riflettere sul loro comportamento nei confronti delle donne. Perché le donne facevano capire che avevano alternative e che non erano più costrette a subire qualsiasi cosa.

Cosa pensate per la vostra vita? Qual è la tempistica? Quando verranno le prime donne ad abitare a Jinwar?

In realtà avevano previsto l’inizio della costruzione per il 10 marzo. Ma quest’anno ha piovuto molto tardi, per questo ci sono diversi rallentamenti nello svolgimento. Entro l’autunno, cioè nel giro di sei mesi, vogliamo completare le prime trenta case, la scuola, l’accademia e la stazione sanitaria.

Quale messaggio e quale appello avete per le donne fuori dal Rojava? Le donne di altri Paesi, come possono mostrare la loro solidarietà con Jinwar?

Emîne: La nostra porta è aperta per tutte le donne. Tutte le donne possono sostenere Jinwar idealmente e materialmente. Noi ci dichiariamo solidali con le donne in tutte le parti del modo e allo stesso modo siamo felici della solidarietà e della collaborazione di altre donne.

Cîhan: Tutte le donne possono portare la nostra voce nel mondo e unirsi a noi. Ogni donna che vuole contribuire con una pietra o un mattone di argilla è cordialmente invitata.

Un altro colloqui l’ho avuto con Awaz, che ha deciso di trasferirsi a Jinwar con i suoi tre figli. Ha trent’anni e ha una figlia di dodici anni, Viyan, un figlio di dieci anni, Heval e un figli di sette anni, Reber. Vivono vicino a Tirbesipiyê, in un piccolo villaggio di trenta case. Ha frequentato la scuola fino alla sesta classe. Le lezioni all’epoca erano in arabo. In giovane età è stata fatta sposare. Insieme a suo marito lavora duramente in agricoltura per mantenere la sua famiglia. Ma dato che non c’era abbastanza lavoro, andarono ad Aleppo e Hama. Sei anni fa, con l’inizio della rivoluzione in Rojava, sono tornati al loro villaggio dove sono nati. Suo marito si è unito alle YPG e dopo tre anni è passato alle Asayîş. Un anno fa, il 3 aprile 2016, ha perso la vita in un attacco dinamitardo all’edificio delle Asayîş a Qamişlo.

Com’è stato per te quando tuo marito ha deciso di unirsi alle YPG?

Non era nulla di inatteso. Perché sapevo che Avdulxani lavorava con gli heval dall’età di dodici anni. All’epoca per via della repressione del regime doveva fare questo lavoro in segreto. Per me questo non era un problema perché sapevo che partecipava con il cuore. Ha fatto sia lavori di tipo politico che lavorato per mantenere la famiglia e a casa si occupava dei suoi bambini.

Anche tu eri contatto con le amiche e gli amici del movimento?

Sì. Moltissime amiche ed amici, tra cui anche molti che sono caduti nella lotta di liberazione, erano ospiti da noi, spesso hanno passato la notte da noi. Conosco il pensiero e gli obiettivi del movimento di liberazione. Dato che Avdulxani fin da piccolo è cresciuto con gli heval, me ne ha anche parlato molto e anch’io mi sono interessata della lotta di liberazione.

Quali cambiamenti ha provocato nella tua vita la morte di Avdulxani?

Ci sono stati grandi cambiamenti per me. Perché prima vivevamo insieme con i nostri tre figli. Dopo che poi sono rimasta sola con i bambini, per me è stato molto difficile. Sono fiera di quello che ha fatto, di ciò per cui ha combattuto. Ma come sua compagna, la sua morte mi ha spezzato il cuore. Era una persona con un grande cuore.

I tuoi figli come hanno retto la notizia della morte del loro padre?

Inizialmente non sapevano che loro padre aveva perso la vita nell’attacco dinamitardo. Quando ho ricevuto la notizia sono crollata e sono stata portata in ospedale. Per questo i miei figli pensavano che i nostri parenti e conoscenti piangessero per me. Mio figlio piccolo disse a suo fratello maggiore: »Nostro padre presto tornerà da Şengal.« Pensavano che fosse ancora lì. Quando dopo due giorni li ho portati al funerale, hanno visto la foto di loro padre sulla bara. Allora hanno capito cosa era successo. Hanno capito che mi ero ammalata per via della morte di loro padre e che loro padre si trovava nella bara. Fino a quando le amiche e gli amici hanno messo la bara nella tomba, i miei tre figli non si sono allontanati dal mio fianco. Mio figlio disse: »Mama, non devono mettere pietre e terra su mio padre!« [Awaz piange] (…) Dopo la morte di Avdulxani i miei figli sono diventati il mio futuro. Dedico tutta la mia vita a loro e alla loro istruzione. È la mia aspirazione che i miei figli ricevano una buona istruzione. Questo era anche il desiderio di loro padre. Vanno a scuola da noi nel villaggio. Studiano in curdo. Io stessa non so leggere e scrivere bene il curdo. Ora imparo insieme ai miei figli l’alfabeto curdo e siedo con loro davanti ai libri di scuola.

Come ha saputo che viene costruito un villaggio delle donne?

Un’amica è venuta da me e mi ha raccontato che viene costruito un villaggio delle donne, dove sono benvenuti in particolare donne e bambini che hanno perso parenti a causa della guerra. Mi ha chiesto se volevo trasferirmi lì con i miei figli. Io e miei figli ne siamo stati molto contenti. Ho riflettuto, cosa significa il nome Jinwar? Significa che c’è un luogo per donne e bambini che viene costruito sull’eredità dei e delle combattenti per la libertà caduti. Ho riflettuto su cosa significa trasferirsi in un villaggio del genere; forse darà a noi come donne la possibilità di trovare noi stesse. Significa che io come donna che alleva da sola i propri figli, posso iniziare una nuova vita. Finora non ho ancora sentito che in qualsiasi altro luogo ci sia un posto del genere. Viviamo ancora nelle condizioni della rivoluzione. Ogni giorno muoiono persone che difendono questa rivoluzione e questa società dagli attacchi. Noi qui realizziamo cose che finora non ci sono ancora state da nessuna parte. Come donne costruiremo nuovamente la nostra vista e dimostreremo che possiamo vivere in modo autodeterminato e provvedere a noi stesse. Io so che non sarà semplice. Ma quando i miei figli vivranno il fatto che possiamo vivere in modo autonomo, allora anche loro in futuro ne saranno capaci. Perché io so che se non mi pongo un obiettivo e mi perdo nel lutto, allora anche i miei figli ne soffriranno. Voglio che continuino a istruirsi, che possano decidere della loro vita prendendo responsabilità per loro stessi e con coscienza di sé.

Cosa hanno detto i tuoi figli quando hanno sentito di Jinwar?

Sono stati molto contenti. Hanno detto: »Mama, andremo nel villaggio nostro e insieme a altri bambini che come noi nella guerra hanno perso il loro padri, potremo giocare e andare a scuola.« Ogni giorno mio figlio mi chiede tutto agitato: »Quando arriva finalmente il momento? Quando ci trasferiamo nel nostro villaggio?«

Cosa hanno detto i tuoi parenti quando gli hai comunicato la tua decisione?

Vivo nello stesso villaggio dei miei genitori, suoceri e fratelli. Dopo la morte di Avdulxani non hanno lasciato soli me e i miei bambini e ci hanno sostenuti molto. Continueremo a restare in contatto e ci andremo a trovare reciprocamente.

Hai contatto con altre donne che anche loro hanno perso i loro mariti per via della guerra?

Da noi nel villaggio sono l’unica. Conoscevo un’altra donna, fino a quando amiche mi hanno invitata a una riunione che era stata organizzata dall’associazione dei parenti dei caduti. C’erano solo donne i cui partner erano caduti. Inizialmente non conoscevo nessuna di loro ed ero molto sorpresa di quante siamo. Fino ad allora credevo di essere l’unica. Spero che attraverso Jinwar ci avvicineremo ancora di più e che insieme risolveremo i nostri problemi e ci sosterremo a vicenda. Perché conosciamo il nostro dolore così come quello delle altre donne. Possiamo condividere il nostro dolore e darci forza a vicenda.

Si vuole costruire il villaggio di case di argilla, in prevalenza con materiali edili che sono presenti nella zona. Perché da un lato per via dell’embargo è difficile arrivare ad altri materiali, dall’altro così possono anche essere tenuti bassi i costi. Inoltre sono previsti agricoltura e giardinaggio. Cosa ne pensi?

Le amiche del comitato per la costruzione del villaggi ci hanno comunicato che le case saranno fatte di mattoni di argilla. Questo per me è una cosa del tutto normale: sono nata in una casa di argilla e ancora vivo in una casa di argilla. Anche i miei figli cresceranno in una casa di terra. Non cerchiamo cose materiali, ma valori ideali di una vita comunitaria, solidale.

È anche un’espressione di legame con la terra e la vita qui? Molte persone che ora vivono in case di cemento o sono andate all’estero, raccontano di aver perso qualcosa delle loro radici e della loro naturalezza …

Quando siamo fermamente decisi, in curdo diciamo: »Fino a quando ho acqua negli occhi …« Io dico fino a quando ho acqua nei miei occhi, non lascerò la mia terra qui. La nostra vita e la nostra terra viene liberata con così tante vittime. Ora noi come donne avremo un luogo nostro, dal quale nessuno potrà più cacciarci.

Quali sono i tuoi obiettivi che vuoi realizzare a Jinwar?

Quando le persone mi chiedono, cosa vuoi fare quando i tuoi figli saranno grandi, dico sempre che allora lavorerò per le Asayîşa Jin [Forze di Sicurezza delle Donne]. Questo è un desiderio che porto nel mio cuore. Quando vivrò a Jinwar e avrò conosciuto la vita lì, allora farò altri piani e altri passi in avanti. So che le amiche mi sosterranno e allo stesso modo sosterrò le mie amiche. Ma appena viene formato un comitato di donne per la sicurezza nel villaggio, per prima cosa andrò a iscrivermi.

Come donne costruiremo la nostra comune. Io so cosa significa questo. Questo lo abbiamo già fatto anche adesso nel nostro villaggio. Non mi sono decisa per qualcosa alla cieca. È stata una decisione consapevole. Io so che dovremo affrontare anche difficoltà che dovremo risolvere insieme. Ci faremo carico insieme di queste responsabilità. Affrontando nuove sfide, insieme conosceremo aspetti della vita nuovi, belli.

Un rapporto di Andrea Benario su un villaggio autonomo delle e per le donne; per Kurdistan Report maggio/giugno 2017

Contatti e altre info su Jinwar e sul comitato di costruzione del villaggio: womensvillage.jinwar@gmail.com, Siham Muhammed.

© 2013 UiKi ONLUS Team

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