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Il Femminicidio, un Crimine Contro l’Umanità

Il Femminicidio, un Crimine Contro l’Umanità

Intervento di Nursel Kilic al Convegno di Donne- Roma

Proprio nel mezzo di una lotta che si rafforza in ogni momento, vi saluto a nome di tutte le donne che lottano per un futuro migliore e soprattutto per la liberazione delle donne. Vorrei anche in questa occasione commemorare tutte le donne martiri per la Liberazione del Kurdistan, in particolare tutte le combattenti delle YPJ che hanno sacrificato la loro vita per salvare le donne minacciate di genocidio dal Daesh. Queste donne sono ora minacciate di attacchi femminicidiari. ?? Qui la parola non ha molto senso in italiano, potresti forse dire “minacciate proprio in quanto donne”

Il femminicidio non ci è sconosciuto. Noi donne curde ci dobbiamo confrontare con una doppia discriminazione a causa della nostra identità e del nostro genere. Siamo state e siamo tuttora le prime vittime del conflitto armato. Le donne sono sempre state utilizzate come bottino di guerra e continuano ad esserlo oggi per gli attacchi del Daesh.

Le donne curde non sono obiettivi solo sul terreno del conflitto armato. Esse sono minacciate in tutti i settori in cui sono attive per i loro diritti politici, sociali e culturali.

La lotta per la liberazione delle donne è una lotta millenaria, dalla notte dei tempi le donne di tutto il mondo affrontano una discriminazione multipla; ricordiamo figure simboliche ed emblematiche del 19° secolo come Olympe de Gouges, Clara Zetkin, Rosa Luxembourg e le tre sorelle Mirabal. Possiamo citarne molte altre. In tutti i settori della società le donne erano un pericolo potenziale contro la struttura del sistema patriarcale.

Il pericolo principale di cui erano e sono sempre portatrici è la loro presa di coscienza, la loro forza organizzativa e la loro resistenza di fronte a tutte le persecuzioni dei fautori del dominio maschile.

Il Movimento delle donne curde ha saputo trasmettere questo patrimonio con figure femminili memorabili per la liberazione del popolo curdo. Il movimento delle donne curde è nato attraverso la lotta del Movimento Nazionale Curdo. Ma fin dalla sua nascita le donne sono sempre state un partito in piena regola all’interno del meccanismo decisionale del Movimento per la Liberazione del Kurdistan. Sono state, per la loro posizione di motrici della resistenza contro i regimi dittatoriali, un simbolo popolare della determinazione del popolo.

Gentili partecipanti,

Vorrei rendere omaggio a Sakine Cansiz, co-fondatrice del PKK e del Movimento delle Donne Curde. Sakine Cansiz anche è stata una di quelle donne che hanno fatto la storia; è nata a Dersim nel Kurdistan turco, e aveva dalla nascita dentro di sé il germe della ribellione del suo popolo, che poco prima, nel 1938, era stato per la ventottesima volta massacrato dal governo turco. Durante il suo percorso di studentessa ha simpatizzato rapidamente con gli ambienti degli studenti rivoluzionari; come carattere Sakine Cansiz era sensibile al tema della liberazione delle donne, rivendicava sempre che il ruolo delle donne fosse uguale a quello degli uomini nella società dell’epoca. Come metodo di mobilitazione cominciò dalle relazioni sociali nel quartiere, iniziando spesso con l’alfabetizzazione per le donne che non avevano avuto nella loro infanzia i mezzi per seguire un percorso scolastico. Questo mezzo mirava in particolare alla creazione di una presa di coscienza nell’ambiente domestico e in particolare ad aumentare il livello di partecipazione delle donne alla vita politica del Movimento. Sakine Cansiz ha sempre riprodotto attraverso la sua marcia militante e rivoluzionaria tutti i principi e gli obiettivi della lotta. Nei primi anni ’80 è stata imprigionata con i suoi compagni di lotta dal governo turco per le sue attività politiche. La sua statura integra, la sua rivolta e la sua rilevanza erano il suo scudo contro questi soggetti che non l’hanno risparmiata nei corridoi delle torture della prigione di Diyarbakir. Di fronte al torturatore Esat Oktay Yildiran esclamò: “Mi avete mutilato il seno ma mi vergogno di dire ahi per la giusta causa del mio popolo.” E’ stata il simbolo della resistenza del popolo kurdo. Sakine Cansiz-Sara ha oggi arricchito il patrimonio di figure storiche del movimento di liberazione delle donne.

Sakine Cansiz è stata brutalmente assassinata il 9 Gennaio 2013 presso la sede del Centro di Informazione del Kurdistan, nel cuore di Parigi.

Fidan Dogan, un’altra figura emblematica della diplomazia curda in Europa; molto giovane si è interessata alla causa curda. Ha lasciato gli studi per partecipare più attivamente alle attività politiche rivolte alla ricerca della soluzione della questione curda. Ha maturato la sua esperienza nella pratica mentre era una rappresentante politica curda. Era la voce delle rivendicazioni di un popolo per la libertà, la democrazia e la pace, nota a molti politici europei; è stata anche un obiettivo importante a causa delle sue capacità diplomatiche. Ha rappresentato un grande pericolo per i protagonisti politici negazionisti e nemici del popolo curdo. E’ stata un ponte tra il suo popolo e la comunità internazionale. Era curda, femminista e attivista autentica della causa curda.

Fidan Dogan è stata brutalmente assassinata il 9 Gennaio 2013 presso la sede del Centro di Informazione del Kurdistan, nel cuore di Parigi.

Leyla Saylemez, membro attivo della gioventù curda, ha lasciato gli studi universitari nel 2007 per partecipare attivamente al movimento giovanile curdo. Originaria di Amed-Diyarbakir, capitale geografica del Kurdistan. Si sentiva responsabile per la situazione del suo popolo e ha deciso di impegnarsi attivamente nella lotta per la liberazione del Kurdistan. Trasmettere la storia degli antenati e l’eredità del movimento era anche una minaccia per le forze distruttrici imperialiste e neo-liberali che non si augurano in nessun caso di riconoscere l’esistenza di questo popolo e, ragion di più, del loro stato.

Leyla Saylemez è stata brutalmente assassinata il 9 Gennaio 2013 presso la sede del Centro di Informazione del Kurdistan, nel cuore di Parigi.

La data del 9 gennaio 2013 è scritta per sempre come un giorno buio nella storia dei curdi. Eppure l’inizio di quell’anno è stato caratterizzato da sviluppi positivi che lasciavano infine sperare nella fine di un conflitto di 35 anni. Non può essere una coincidenza il fatto che questo massacro sia stato realizzato esattamente 12 giorni dopo l’annuncio ufficiale dei colloqui, il 28 dicembre 2012.

Gli ambienti che mantengono uno sguardo obiettivo e indipendente hanno interpretato questo crimine come un tentativo di “sabotaggio” dei negoziati in corso a Imrali, e hanno insistito sulla natura politica di questi omicidi, i quali, secondo coloro che sono implicati, sarebbero indiscutibilmente ad opera di uno o più Stati. Il popolo curdo e i suoi rappresentanti condividono questo punto di vista, precisando che potrebbe essere un atto promosso dalla “Gladio turca” destinato non solo a demolire i colloqui di pace, ma anche ad intensificare gli sforzi di annientamento del movimento curdo.

A parte le circostanze politiche, vorrei sottolineare che questo assassinio politico ha anche un altro aspetto fondamentale. Un triplice omicidio, tre donne rivoluzionarie e femministe. Non si limitavano a difendere la causa di un popolo, hanno militato fino al loro ultimo respiro per la liberazione delle donne. Avevano ereditato le convinzioni di grandi figure del movimento femminista popolare. Lottavano contro tutti gli aspetti del femminicidio di cui sono state vittime.

Mi permetto ancora oggi a più di un anno e mezzo dopo quel terribile giorno, di commemorare la loro memoria. Lo ripeto ancora che resteranno per sempre attraverso la crescente lotta del movimento di liberazione delle donne.

Care partecipanti,

Un tema incrociato è quello della situazione delle Donne Curde del Rojava

Le donne curde si sono organizzate nel Kurdistan Occidentale (Rojava) e oggi, quartiere per quartiere, si sono create organizzazioni educative e sociali per garantire lo sviluppo e la sicurezza dei bambini in questo paese alle prese con una guerra che dura da 3 anni.

Queste donne, perché sono curde, sono vittime e mezzi sia del regime di Bashar al-Assad sia degli jihadisti. Le donne curde del Rojava si sono mobilitate con le donne arabe, turcomanne, assire e alevite per lavorare a soluzioni politiche e sociali collettive per l’emancipazione delle donne. Queste donne sono la forza motrice della rivoluzione e le architette di un sistema democratico ripulito da tutti gli approcci patriarcali.

Le donne curde del Rojava sono pienamente impegnate e sono uno dei pilastri del sistema chiamato “autonomia democratica del Kurdistan siriano.” Hanno avuto accesso a tutti i livelli dell’autogoverno, composto da tre cantoni. Si tratta di una rivoluzione nella rivoluzione.

Gli attacchi disumani delle bande dell’IS perpetrati contro i popoli e le religioni del Medio Oriente rappresentano un grande pericolo.

Dal mese di luglio 2014 gli attacchi delle bande dell’IS si sono sempre più intensificati; iniziando dal Comune di Kobane in Rojava (Kurdistan occidentale – Siria) l’invasione di questi gruppi terroristici si è propagata alla città di Mosul; dopo luglio gli attacchi si sono moltiplicati divenendo più violenti e configurando il crimine di genocidio contro il popolo curdo degli yazidi di Sinjar.

Nelle zone sotto il controllo dell’IS, le persone sono costrette a diventare musulmane e sono anche giustiziate in massa. E’ in un spirito di festa che gli yezidi e i cristiani vengono sterminati. L’esecuzione di persone non musulmane è uno sterminio di culture e di credenze che persiste. Le bande dell’IS mirano a cancellare la ricchezza delle fedi, delle culture e la storia della Mesopotamia.

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite più di 700.000 persone a Sinjar, 10.000 rifugiati provenienti dai campi profughi di Maxmur, che sono stati esiliati più di 8 volte, hanno affrontato il rischio di morte a causa della condizione di sfollamento forzato. Il campo di Maxmur era sotto la protezione e la responsabilità dell’UNHCR fino al 7 Agosto 2014. La maggior parte di questi rifugiati sono donne e bambini.

Secondo i rapporti ufficiali, si è constatato che tra chi è costretto a migrare, le persone morte a causa della fame e della disidratazione sono in gran numero bambini e anziani.

Attualmente ci sono ancora 20.000 persone sulle montagne di Sinjar, disidratate, senza cibo e senza farmaci.

L’IS e il Daesh sono nemici giurati delle donne, di conseguenza rappresentano un grande pericolo per le donne e le ragazze

Le bande dell’IS rapiscono le donne, le violentano, le usano come oggetti sessuali e le mettono in vendita nei “bazar della schiavitù.” Esercitano queste pratiche secondo la loro propria interpretazione dell’Islam basata su una mentalità dominatrice nel nome della religione. Per questo i “matrimoni temporanei” sono considerati legittimi, la vendita, la schiavitù delle donne, vengono interpretate come diritti e leggi della religione. Secondo le statistiche dell’Organizzazione dei diritti dell’uomo, più di 1.200 donne sono state stuprate e vendute nel bazar stabilito dall’IS a Mosul.

In questo momento mentre termino il mio discorso, le donne combattenti delle YPJ continuano ad essere scudi viventi contro gli attacchi del Daesh a Kobane. A rischio della loro vita difendono tutti i popoli del Rojava. Sono presenti in tutti i settori della società per offrire un mondo migliore ai loro discendenti che spero non dovranno più vivere in zone di conflitto, ma in una struttura e in un sistema democratico in terra libera.

© 2013 UIKI-Onlus Team

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