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Deputata curda in sciopero della fame pronta a “protestare fino alla morte”

Deputata curda in sciopero della fame pronta a “protestare fino alla morte”

La deputata HDP Leyla Güven è in condizioni critiche dopo 68 giorni di sciopero della fame per chiedere la fine dell’isolamento del leader curdo Abdullah Öcalan.

“Il suo battito è di 55-60, mentre la sua pressione è circa 50-70. Non può più ricevere liquidi, compresa l’acqua. Ha perso circa 15 chili e riesce a stento a camminare o parlare. C’è un’ambulanza che aspetta davanti all’ingresso del carcere. Il medico ha chiesto una firma in caso di emergenza perché possa essere curata, ma Leyla Güven ha affermato che non accetterà le curde, se possibili.”

Il messaggio qui sopra è stato recentemente condiviso da attivisti curdi davanti al Consiglio Europeo di Strasburgo che hanno iniziato uno sciopero della fame a tempo indeterminato chiedendo la fine dell’isolamento del Leader politico e pensatore curdo Abdullah Öcalan il 17 dicembre 2018.

La persona cui si riferisce il messaggio è la 55enne Leyla Güven, che oggi ha raggiunto il 68° giorno di sciopero della fame [NdT ormai siamo al 73° giorno] a tempo indeterminato in carcere e la cui vita è in grave pericolo. Güven è stata regolarmente eletta al Parlamento turco, iscritta al Partito Democratico dei Popoli (HDP), ex sindaca, e co-Presidente del Congresso della Società Democratica (DTK), la più grande organizzazione della società civile nelle regioni curde della Turchia.

È stata messa in carcere nel gennaio 2018 dopo aver espresso critiche rispetto all’invasione illegale e occupazione della regione a maggioranza curda di Afrin nel Rojava (Siria del nord) da parte dello Stato turco. Durante questa operazione militare sono stati commessi gravi crimini di guerra e civili sono stati presi di mira sistematicamente dalle milizie siriane sostenute sostenute dalla Turchia, che hanno stuprato, saccheggiato, sequestrato e ucciso impunemente.

Per via delle regole dello stato di emergenza imposto nel Paese dopo il tentato golpe nel 2016, Leyla Güven è il primo caso nella storia turca di una rappresentante non rilasciata dal carcere dopo essere stata eletta.

Durante la sua ultima udienza in tribunale a novembre ha dichiarato:

“Oggi la politica di isolamento contro Öcalan viene imposta non solo a lui – nella sua persona — ma all’intera società. L’isolamento è un crimine contro l’umanità. Sto iniziando uno sciopero della fame a tempo indeterminato contro l’isolamento di Öcalan. D’ora in avanti non mi difenderò in tribunale. Continuerò a protestare fino a quando la giustizia avrà messo fine alle sue decisioni illegali e fino a quando sarà messa fine questa politica isolazionista. Se necessario condurrò questa protesta fino alla morte.”

Öcalan è la chiave per la pace in Kurdistan
Dal 2011 ad Öcalan è stato sistematicamente negato l’accesso ai suoi avvocati. Dal 2012 una tenda in presidio permanente chiede la sua libertà davanti al Consiglio Europeo. L’ultimo segno di vita ricevuto da Öcalan è stato durante una vista famigliare nel 2016, seguita a un’immensa pressione pubblica dovuta al sospetto che dopo il tentativo di golpe di quell’estate, potesse essergli stato fatto del male. Sabato, 12 gennaio, dopo immense pressioni sul governo turco come risultato degli scioperi della fame, il fratello di Öcalan ha potuto visitarlo in carcere. Una dichiarazione è attesa nei prossimi giorni. Ciò nondimeno gli scioperi della fame continuano. Dopo tutto, lo scopo di queste azioni non era solamente ricevere la conferma che Öcalan è vivo, ma mettere fine all’isolamento sistematico del leader e consentire ai suoi legali di fargli visita.

Öcalan è riconosciuto a larghissima maggioranza come capo-negoziatore e rappresentante del popolo curdo nei colloqui di pace con lo Stato turco. È il promotore di numerosi cessate il fuoco e iniziative per lavorare per una fine del conflitto. Isolandolo, la Turchia sta attivamente sabotando qualsiasi possibilità di ritornare al tavolo negoziale e di arrivare a una fine della violenza. In una campagna di raccolta firme tra il 2005 e il 2006, oltre 3.5 milioni curdi hanno sfidato il pericolo di affrontare carcere e violenza, dichiarando che considerano Öcalan il loro rappresentante. La campagna internazionale di raccolta firme per la libertà di Abdullah Öcalan, conclusa nel 2015, è riuscita a raccogliere l’incredibile numero di 10.3 milioni di firme.

A parte il suo ruolo di leader politico e di negoziatore che ha tracciato una roadmap per la pace dieci anni fa, Öcalan è l’architetto del Confederalismo Democratico, una proposta politica e sociale per una vita nella solidarietà tra i popoli, di democrazia radicale, liberazione delle donne e ecologia. Il Movimento delle Donne Curde, che è un movimento popolare di massa militante e una delle voci più organizzate nella lotta contro il patriarcato, deve molto alle sue idee sull’importanza della distruzione del dominio maschile nella creazione di una vita libera.

Il prossimo mese segnerà il ventesimo anniversario del suo sequestro a Nairobi, al quale la comunità curda si riferisce come “cospirazione internazionale” perché il coordinamento tra diversi servizi di intelligence, compresa la CIA, il Mossad e il MIT turco, costituiva una missione a guida NATO.

Le cosiddette Regole Mandela sono una serie di principi adottati dall’ONU nel 2015, comprese regole contro forme di reclusione isolata che impediscono a una persona di avere contatti umani per 22 ore o di più al giorno, per un periodo che supera 15 giorni consecutivi. In questo senso, in combinazione con la violazione del diritto a ricevere i suoi avvocati e componenti della sua famiglia, così come con la sistematica ostruzione della comunicazione con il mondo esterno, l’isolamento impostogli ha dimensioni di tortura. Esperti legali hanno affermato che il carcere di Imrali dove è detenuto Öcalan, è un luogo dove la legge e la giustizia vengono sistematicamente sospese.

Solidarietà internazionale
Nel corso delle ultime settimane hanno avuto luogo molteplici azioni di solidarietà, organizzate sia dal basso che da aree politiche più istituzionali. Circa 200 persone sono attualmente in sciopero della fame nelle carceri turche. In Europa, quindici attivisti ed esponenti politici curdi, compresa l’ex parlamentare Dilek Öcalan, hanno iniziato uno sciopero della fame a tempo indeterminato a Strasburgo per fare pressione sul Comitato per la Prevenzione della Tortura e dei Trattamenti o delle Pene Inumane (CPT) del Consiglio d’Europa perché compia il suo dovere, rivolgono all’istituzione una sola e semplice domanda: fare una visita per controllare la situazione di Abdullah Öcalan.

Il giovane attivista Imam Sis è al 29° giorno di sciopero della fame nel Wales, mentre Nasir Yagiz a Hewlêr (Erbil), Kurdistan del sud (Iraq) è arrivato al 55° giorno. Altri scioperi della fame sono in corso nel campo profughi curdo autogestito di Makhmour, così come in diversi luoghi nelle aree a maggioranza curda della Siria, dell’Iraq e dell’Iran, nonché in Libano e in Armenia. Oltre a questo ci sono molte persone in scioperi della fame a rotazione sia nelle regioni curde sia all’estero.

È stato pubblicato un appello internazionale per chiedere la fine immediata dell’isolamento di Öcalan e degli altri prigionieri politici in Turchia. Tra i primi firmatari ci sono persone ben note come Immanuel Wallerstein e David Graeber, oltre ad attivisti, intellettuali, sindacalisti, scrittrici femministe, deputati, deputati europei, senatori, ricercatori, giornalisti, storici e artisti da tutto il mondo.

Avvocati ed esponenti politici sudafricani, compresi i portavoce dell’Assemblea Nazionale che hanno partecipato attivamente alla campagna per liberare Nelson Mandela, hanno fatto paralleli tra la lotta anti-apartheid di Mandela e il ruolo svolto da Öcalan per la pace in Medio Oriente.

Tra morte e vittoria
Il Movimento di Liberazione curdo ha una storia decennale di scioperi della fame e digiuni fino alla morte che risale ai primi giorni dell’insurrezione del PKK, iniziando alla fine degli anni ‘70, quando molte migliaia di attivisti curdi erano imprigionati nelle carceri turche. Agli scioperi della fame si ricorre come ultima risorsa, un modo in cui persone agiscono in modo diretto per fare pressione sullo Stato mostrando la loro serietà e determinazione rispetto alle proprie richieste. Il rifiuto sistematico dello Stato di cedere a questa forma di protesta radicale ha spesso portato alla morte di prigionieri, come è avvenuto durante la resistenza nelle carceri negli anni ‘80. Ma in altri momenti gli scioperi della fame hanno portato vittorie storiche.

Nel 2007, dopo settimane di rifiuto di riconoscere lo sciopero della fame condotto da attivisti curdi, il CPT ha acconsentito a visitare il carcere di Imrali per fare un esame fisico delle condizioni di Öcalan dopo che erano state sollevate serie preoccupazioni rispetto a un progressivo avvelenamento del leader da parte dello Stato. Nel 2012, dopo uno sciopero della fame durato 52 giorni a Strasburgo e 68 giorni nelle carceri turche, lo Stato turco è stato spinto ad accettare la proposta di Öcalan di mettere fine alla guerra e di iniziare un processo di pace. Nel 2014 scioperi della fame condotti da attivisti in tutto il mondo durante l’assedio di Kobane, insieme a migliaia di proteste di massa e azioni dirette, hanno portato i media internazionali a riferire della storica resistenza e della successiva vittoria contro ISIS.

Un’ultima risorsa
Nella mentalità apolitica, passiva, promossa dall’individualismo e consumismo nel tardo capitalismo, gli scioperi della fame possono sembrare assurdi e in effetti essere patologizzati come comportamento irrazionale autodistruttivo e sostanzialmente privo di senso. Perché, ci si potrebbe chiedere, non ricorrere a mezzi democratici, legali e civili per presentare richieste?

Come ha mostrato l’assassinio sistematico, l’incarcerazione, la tortura e l’espulsione forzata di migliaia di civili curdi da parte della Turchia, membro della NATO e candidata UE, nelle regioni curde della Turchia, della Siria e dell’Iraq negli ultimi anni, il popolo curdo è stato sistematicamente privato di ogni forma di sostegno internazionale o meccanismo istituzionale che potesse garantirne l’esistenza. Le istituzioni UE preoccupate dei diritti umani fondamentali, rifiutano testardamente di compiere i loro doveri più minimali per via delle loro strette relazioni con la Turchia.

Intanto governi europei, in particolare la Germania, inventano nuovo metodi e misure autoritari per criminalizzare anche le forme più pacifiche e civili con le quali i curdi in Europa affermano il loro diritto ad organizzarsi democraticamente. Inaspriscono i controlli su organizzazioni di studenti curdi e compiono retate nelle case editrici.

Non c’è stato alcun grido da parte di questi governi quando i curdi venivano bruciati vivi nelle cantine di Cizre o quando una donna anziana è stata colpita dagli spari dei cecchini nelle strade di Silopi. Allo stesso modo, sforzi internazionali di risolvere la guerra siriana hanno sistematicamente escluso il popolo curdo a causa degli interessi dello Stato turco. In questo contesto, a parte il ricorso all’azione diretta per difendere la propria esistenza, quale azione potrebbe essere più dignitosa di quella scelta da Leyla Güven?

Con la loro azione, coloro che sono in sciopero della fame rendono chiaro che la loro concezione della vita non è quella di un nudo vivere o di una sopravvivenza fisica. Una vita onorevole e autodeterminata è possibile solo con autonomia e libertà. Una vita sotto occupazione, negazione e oppressione, non è vivibile. Nelle parole del rivoluzionario turco Kemal Pir, uno dei co-fondatori del PKK, morto durante la resistenza in carcere a Diyarbakir nel 55° giorno del suo digiuno fino alla morte nel 1982, questo significa “amare la vita così tanto da essere disposti a morire per lei.”

Nella consapevolezza che la loro protesta potrebbe avere conseguenze fatali, le centinaia di persone che attualmente stanno resistendo con l’unico mezzo che gli è rimasto — i loro corpi — stanno trasformando in arma la loro salute per denunciare la crudeltà e la spietatezza di uno Stato che preferisce essere guerrafondaio piuttosto che tornare a negoziati di pace.

Coloro che credono in una soluzione pacifica di questo conflitto vecchio di decenni, devono alzare la loro voce per solidarizzare con chi è in sciopero della fame e sostenere la loro richiesta: la fine dell’isolamento di Abdullah Öcalan!

di Dilar Dirik

© 2013 UIKI Onlus Team

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