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Altun:Crisi tra USA e Turchia: espressione della crisi del sistema

Altun:Crisi tra USA e Turchia: espressione della crisi del sistema

Crisi tra USA e Turchia: espressione della crisi del sistema
Rıza Altun, componente del Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK), sui retroscena della crisi attuale tra gli USA e la Turchia, 20.08.218

È iniziata una nuova crisi delle relazioni turco-statunitensi. Espressione di questa crisi è il pastore statunitense Andrew Brunson. Questa crisi si limita solo a lui o ci sono anche ragioni più profonde?

Le relazioni tra la Turchia e gli USA non si possono analizzare in modo separato dalla crisi della modernità capitalista. Parliamo di una crisi generale della modernità capitalista e dei suoi effetti sulla regione. La crisi tra la Turchia e gli USA va considerata come parte della crisi della modernità capitalista. Inoltre la crisi ha una caratterizzazione in Medio Oriente. Se non si considera tutto questo nel suo insieme, non si può fare un’analisi centrata. Sarebbe sbagliato vedere come ragione della crisi la situazione del pastore Brunson o l’arresto di Hakan Atilla. La ragione effettiva sta nella crisi del sistema in atto. Gli eventi attuali rispecchiano all’esterno questa crisi e la problematica politica sul Medio Oriente di entrambe le parti. Se invece di contraddizioni ci fosse stata più convergenza nella politica degli USA e della Turchia, allora i procedimenti di Brunson end Hakan Atilla si sarebbero risolti senza tanto clamore. Ma quando le contraddizioni diventano più profonde, perfino i problemi più piccoli possono diventare grandi crisi.

Il capitalismo si trova in una crisi. Né gli USA né la Turchia si trovano al di fuori di questa crisi. Se si deve intervenire in questa crisi, allora va prima ripensato il sistema mondiale. Cambiamenti nel sistema mondiale tuttavia riguardano anche le diverse parti del sistema. Questo succede ora. In particolare dopo il declino dell’Unione Sovietica questo si è rafforzato. Che forma assumerà la modernità capitalista, come proseguirà la sua esistenza? Gli avvenimenti attuali sono una parte delle risposte a queste domande.

Quale forma vuole imprimere la modernità capitalista con questa crisi agli Stati Nazione, in particolare in Medio Oriente?
In primo luogo tutti hanno problemi con tutti. Questo si vede negli scontri, anche se per determinati periodi ci sono alleanze. L’esempio tipico per questo è l’Europa. Per esempio fin dall’inizio c’è un legame apparentemente molto forte tra l’Europa e gli USA. Sembra che tutti gli interessi siano gli stessi. Ma osservando più da vicino, diventano evidenti problemi interni. Ci sono problemi tra Regno Unito e USA, tra Regno Unito e UE, tra Francia e Germania e di questi due con gli USA. Ci sono anche problemi tra le forze che rappresentano la modernità capitalista a livello centrale, e tra gli Stati Nazione. Per esempio è un problema molto serio fino a che punto gli Stati Nazione che costituiscono la base del sistema mondiale e sono aperti alle modifiche imposte dal capitalismo. In parallelo a questo ognuno ha il problema a portare i propri interessi all’interno del processo e di essere rappresentato nel nuovo sistema in questi tempi di inevitabili trasformazioni. Se si mette insieme tutto questo, allora diventa chiaro quanto sia grave il problema.

Quale dialettica di relazione ha la modernità capitalista con la Turchia?

In questo mondo la Turchia ha un ruolo significativo. In passato ha assunto un ruolo come Stato asiatico e mediorientale con la sua forma di Stato Nazione. Più tardi disponeva di una missione attribuita dalla modernità capitalista. Questa missione è importante. Ha accettato l’occidentalizzazione e per questo ha rifiutato la propria cultura. La Turchia è un Paese che sostiene il capitalismo e assume il ruolo della sua gendarmeria. Ha avuto un ruolo importante quando il capitalismo è entrato in Medio Oriente e si sono formati gli Stati Nazione in Medio Oriente. Aveva una funzione chiave anche nell’ingresso della cultura occidentale in Medio Oriente contro il socialismo dell’Unione Sovietica. Per questo con la modernità capitalista esiste una rete di relazioni storica. Ma ora il sistema mondiale vede lo Stato Nazione come ostacolo per la globalizzazione del capitale. E questa è la contraddizione principale tra i due. Dato che la Turchia si oppone al cambiamento si arriva allo scontro con il sistema mondiale.

In fondo l’intervento del sistema mondiale in Medio Oriente e quindi anche in Turchia, non è una novità. In questo senso non si può parlare di un nuovo intervento USA in Turchia. L’intervento degli USA e dell’Europa in Medio Oriente è iniziato con il complotto internazionale contro il nostro Presidente Öcalan. Tutte le strutture sociali in Medio Oriente all’epoca erano un obiettivo. Tutte le forze, che fossero Stati o organizzazioni, che disponevano di un’identità sociale, politica e organizzativa erano obiettivo diretto di questo intervento.

Com’era questo intervento?
Con il sequestro del Presidente le esperienze e la base sociale del PKK dovevano essere usati per strumentalizzare il nazionalismo curdo. Naturalmente ci sono stati interventi molto specifici. Da un lato c’è stato l’intervento militare diretto contro Saddam. Contro il PKK c’è stato un complotto internazionale e i Paesi arabi sono stati attaccati con mezzi economici e sociali.

Il distaccamento dell’AKP dalla tradizione di Erbakan è stato un intervento in Turchia. Un gruppo che venne staccato dalla tradizione di Erbakan è stato portato al governo e trasformato in un partito politico della Turchia. Questo partito politico nel giro un tempo brevissimo ha raggiunto un’influenza seria. Questo era un progetto in intervento internazionale. L’ascesa dell’AKP e di Erdoğan quindi non si è data da sé.

Perché la modernità capitalista ha eseguito un intervento del genere?

L’obiettivo in questo era chiarissimo. C’era un progetto di cambiamento molto profondo del sistema mondiale. Si voleva impostare in modo un po’ più flessibile lo Stato Nazione, liberalizzare dal punto di vista economico e spianare la strada allo sfruttamento dei monopoli. In senso politico si volevano liberalizzare gli Stati Nazione e creare un’atmosfera nella quale le società possono avere un po’ di respiro. Con questo fronte della crisi di sistema che diventa più profonda, si volevano impedire conseguenze impreviste nonché attenuare la crisi e controllarla. Dato che la Turchia indubbiamente è una parte di questo sistema, ha avuto la sua parte di tutto questo.

In Turchia i curdi, gli islamisti e socialisti, in passato sono stati tenuti fuori dal sistema dal kemalismo e avevano un problema a esprimere se stessi. In particolare la resistenza che ruotava attorno alla questione curda ha messo seriamente sotto pressione lo Stato. Le tendenze conservatrici-islamiste nella società trovarono la possibilità di organizzarsi nel quadro creato dalla resistenza curda. Anche i movimenti di sinistra e socialisti si svilupparono. I popoli e le aree sociali in Turchia con la loro aspirazione a uguaglianza e libertà avevano un potenziale rivoluzionario. La crisi strutturale del sistema capitalista ha sostenuto queste organizzazioni e la richiesta di svolte rivoluzionarie. Proprio su questo punto è intervenuto il sistema mondiale all’inizio degli anni 2000 con la fondazione e l’istituzionalizzazione dell’AKP in Turchia. L’obiettivo era di soffocare questo potenziale con l’aiuto dell’AKP.

Cosa vogliono gli USA dalla Turchia? Cos’è oggetto dei negoziati?

Le reciproche richieste di Turchia e USA fanno emergere contraddizioni insormontabili. Se gli USA accettano le richieste della Turchia, allora vanno contro la loro politica sul Medio Oriente perché la Turchia vuole dagli USA la conservazione dello status quo in Medio Oriente e l’annientamento del movimento di liberazione curdo. Questo significa: l’ Iran non viene toccato, la Siria viene riportata nella sua vecchia condizione e i curdi, che hanno dovuto portare molti sacrifici nel cambiamento del Medio Oriente, vengono liquidati. Se gli USA accettano questo, si rendono un semplice strumento della Turchia. Ma gli USA sono una potenza egemonica che interviene nella regione. Chiedono che la Turchia si adatti alla loro politica. Questo significa: una politica che sui temi dell’Iran, della Russia e della Siria, si comporta in modo parallelo alla politica USA.

La crisi inoltre ha anche il seguente aspetto: la Turchia ha coltivato con la Russia e l’Iran una relazione contro gli USA e l’occidente e usato questo come strumento di pressione. Dato che questa relazione, che è stata avviata al fine di esercitare pressione, inizialmente non ha portato con sé risultati positivi, la Turchia ha approfondito ulteriormente queste relazioni. Alla fine è arrivata al punto in cui un ritorno è legato a costi elevati. Per questo la Turchia a questo punto non può più ritirarsi tanto facilmente dalle relazioni con la Russia e l’Iran, ma nemmeno costruire una partnership facile e sicura con gli USA e l’UE. La Turchia è ferita e perde sangue ogni giorno. Non è né interesse degli USA né di Russia e Iran curare le ferite della Turchia. La Turchia non dispone nemmeno di una mentalità e politica per farlo da sé.

I partiti in Turchia considerano formule anti-imperialiste come via d’uscita dalla crisi?

In Turchia da un lato viene fatta una politica rivolta verso l’interno, dall’altro una politica rivolta verso l’esterno. Anche se si considera solo la politica rivolta verso l’esterno, sarebbe ingenuo definirla anti-imperialista. Bisogno analizzare l’ascesa di Erdoğan e la fondazione del suo partito. Da quale tradizione nasce? Se si tengono presenti il tradimento della tradizione e le relazioni connesse con questo, diventa chiaro che non è possibile che l’attuale linea politica sia anti-imperialista. Oltre a questo non può essere nemmeno democratica. Né la sua integrazione nel sistema capitalista né la sua linea dell’Islam politico permettono che si segua una politica democratica. È stato l’imperialismo stesso che ha fatto diventare partito questa linea e che lo ha portato al potere. Quindi è impossibile che questo partito segua una politica anti-imperialista.

E da quando vorrebbe essere anti-imperialista? Perché non è stata anti-imperialista fino al 2010, 2011 o 2012? All’epoca era assolutamente disposta a mantenere buone relazioni con gli USA. Si è lasciata proteggere e sostenere dagli USA. Viveva dei loro aiuti e traeva forza da loro. Ogni volta che si arriva a contraddizioni, si cerca di creare un clima nella società in cui vengono messi in primo piano argomenti religioso-nazionalisti. Con questo si cerca di garantirsi il sostegno della società e di assumere una posizione contraria agli avversari politici. Ma questo non significa che il governo AKP/MHP sia anti-imperialista. Il fanatismo religioso e il nazionalismo sono strumenti dell’imperialismo. Coloro che si servono di argomenti religioso-nazionalisti, non possono mai essere anti-imperialisti. Il nazionalismo stesso è uno degli argomenti sui quali si basa l’imperialismo.

Mentre la Turchia sostiene forti contraddizioni con l’Europa e gli USA e si rappresenta come anti-imperialista, proprio con queste forze imperialiste cerca di costruire relazioni. Allora si parla di Eurasia. Le potenze che hanno messo l’Eurasia all’ordine del giorno, non sono particolarmente diverse dall’Europa. Dal punto di vista del sistema capitalista globale, a loro non viene attribuito un significato molto diverso. Se gli USA sono imperialisti, anche la Russia e la Cina non sono socialiste. La Turchia intrattiene relazioni con altri Paesi che perseguono una politica di sfruttamento simile. La maggior parte di loro non sono Paesi democratici. Quindi per loro non si tratta di rappresentare un ordine paritario, libertario e democratico contro l’imperialismo. Piuttosto nei conflitti attuali si tratta di contraddizioni interne del sistema imperialista e capitalista a livello mondiale. La situazione attuale in Turchia è un’espressione di queste contraddizioni interne al sistema. Prendere posizione contro il sistema capitalista-imperialista significherebbe in primo luogo seguire una politica democratica, paritaria e libertaria.

La Turchia non è contro l’imperialismo. Piuttosto si schiera nell’ambito delle contraddizioni interne del sistema imperialista. Ma si trova in una posizione in cui passa continuamente da una parte e l’altra. Da una parte ci sono gli USA e l’Europa dai quali la Turchia dipende fin dalla sua fondazione. Dall’altra ci sono relazioni relativamente nuove con una serie di altre potenze. La Turchia quindi ora cerca di continuare a esistere sfruttando le contraddizioni tra queste due parti.

Se guardiamo nel modo giusto la realtà della Turchia, diventa chiaro che per la Turchia è molto difficile prendere le distanze dall’Europa o dagli USA. La sua dipendenza da queste due potenze ha una tradizione. La Turchia si trova di fronte a un doppio problema: da un lato è molto difficile proseguire le relazioni con le potenze che usa come strumento di pressione contro UE e USA. Ma per lei è altrettanto difficile diventare una parte della comunità UE-USA.

In Siria inizialmente aveva il proposito di garantirsi il sostegno della NATO e di rendere più profonde le contraddizioni con la Russia. Quando la NATO non si è prestata, improvvisamente ha cercato di entrare in un’alleanza con la Russia e di mettere in questo modo la NATO sotto pressione. Anche questo non ha funzionato. La Turchia cerca di calmare la propria opinione pubblica creando l’impressione di un accordo. Ma le contraddizioni irrisolte alla base mostrano i loro effetti in Turchia e portano le relazioni turco-statunitensi fino al punto di rischiare una rottura bilaterale.

La crisi tra la Turchia e gli USA è molto seria. Non si tratta di una crisi comune. Sta nel contesto della crisi del sistema globale e del Medio Oriente. In questa situazione la Turchia ha la scelta: o, come ha fatto anche in passato, diventa una parte affidabile del nuovo sistema che si va sviluppando, oppure si troverà confrontata con una crisi da prendere molto seriamente. Esattamente questa è la situazione che stiamo vivendo ora. Se quindi consideriamo con attenzione la crisi legata al pastore statunitense, riconosciamo che la dimensione di questa crisi va oltre le affermazioni pubbliche. In Turchia attualmente si interviene in una misura senza precedenti. C’è un intervento economico molto serio, ma non si tratta solo di questo. L’attuale intervento è molto più esteso. Anche in passato si è ripetutamente arrivati a interventi nella politica turca. Ma non si sono mai sviluppati in un atteggiamento così univoco. L’embargo economico contro la Turchia e la perdita di valore della Lira turca rispetto al dollaro, hanno a che fare con questo intervento. Anche se viene costantemente immesso denaro nel mercato, la crisi non si lascia arginare. Continuano a essere emanate nuove sanzioni nel commercio o a livello doganale. Queste sanzioni sarebbero collegate alla richiesta di liberare il pastore. Il sano buon senso però ci dice che nessun pastore al mondo vale tanto. Attualmente viene usato come pretesto nelle relazioni turco-statunitensi. Ma il problema vero è molto più profondo.

Qual è il problema?
Il problema è il tentativo di attribuire alla Turchia un posto nel nuovo sistema globale e la resistenza della Turchia.

Com’è questa resistenza della Turchia?
C’è un conflitto tra gli interessi della Turchia e del sistema globale che gli imperialisti vogliono raggiungere. La Turchia persegue l’obiettivo di garantire la propria sicurezza come in passato sulla base del sistema nazional-statuale. Cerca di mantenere in piedi il suo sistema e questo nonostante il problema democratico in essere, il problema curdo e i problemi con gruppi etnici e questioni religiose.

L’AKP pretende dal sistema che lei stessa e tutto il Medio Oriente vengano esclusi dai cambiamenti. Di pari passo con questo vuole diventare una potenza egemonica in Medio Oriente. Questo è l’approccio che propaga. Ma la modernità capitalista non ha un progetto del genere per il Medio Oriente. Un mondo o un Medio Oriente in cui si tenga conto di simili desideri di un singolo Paese, non esistono comunque. Questa è la spinta fondamentale per la crisi attuale. Per questo i cambiamenti vengono imposti alla Turchia. Ma la Turchia non prende parte in questi cambiamenti. Questo lo abbiamo visto in Siria e nella precedente pratica della Turchia. A questo punto le contraddizioni sono apparse in modo molto chiaro. La Turchia è diventata una potenza completamente fascista. Ha reso l’ostilità nei confronti dei curdi un principio fondante della sua politica.

Come può la Turchia nella sua situazione attuale trarre profitto da crisi di breve durata? Fino a dove può arrivare in questo modo?

Le radici della crisi sono profonde. Ma la mentalità predominante in Turchia non rende possibile comprendere la crisi in modo adeguato e mettersi alla ricerca di una soluzione. Invece di vere soluzioni spera di potersi nutrire della crisi globale e della crisi in Medio Oriente. Per questo cerca di trarre profitto alla politica quotidiana a breve termine. La politica quotidiana quindi per la Turchia è molto importante. Per questo ha vissuto numerose sconfitte e catastrofi. Efrîn è un esempio di questo, ma anche la fase precedente offre numerosi esempi. La politica della Turchia sul Medio Oriente è fallita.

La Turchia non si comporta in modo corrispondente allo scopo della sua creazione e della sua esistenza. Manovra in base alle conseguenze della crisi e degli eventi quotidiani. Se gli sviluppi quotidiani lo consentono, la Turchia cerca di passare all’offensiva e di trarne profitto. Le sue offensive non mirano a una soluzione della crisi. Piuttosto rendono la crisi più profonda. Un passo che oggi appare come un successo, domani porta la Turchia in una nuova condizione di costrizione. La Turchia ha manovrato se stessa in una situazione del genere nella politica globale e regionale. A livello di politica interna, per mezzo degli argomenti più diversi stabilisce un’egemonia. Da una parte usa pressione, costrizione e violenza per stabilire un’egemonia militare. Dall’altro, attraverso un clima nazionalista-religioso produce un’ondata dei sciovinismo nella società. Mentre a livello di politica estera si trova di fronte a un fallimento, cerca di impedire il crollo del proprio potere rendendo gli eventi una questione di ‘essere o non essere’. Con questo crea un clima nella popolazione sulla base del quale si mantiene al potere.

Sarebbe sbagliato intendere questo clima solo come una politica dell’AKP e di Erdoğan. Si tratta piuttosto di una politica statale della Turchia, è l’atteggiamento di un sistema statale che supera Erdoğan e l’AKP. Fino al 2010 questo atteggiamento magari era ancora controverso. Ma negli sviluppi a partire dall’anno 2011, 2012 si tratta di una politica dello Stato.

© 2013 UIKI Onlus Team

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