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Campi profughi: racconti su Afrin

Campi profughi: racconti su Afrin

Bombardamenti, esplosioni, urla…questa era la situazione ad Afrin quando siamo stati costretti a lasciare la città. Hanno ucciso tanti civili, a loro non importava nulla di noi; sparavano e bombardavano indiscriminatamente. Siamo dovuti scappare senza poter prendere nulla con noi. Gli invasori hanno circondato e bombardato i villaggi e tutti noi siamo stati costretti a fuggire in città. Alla fine, quando la situazione si è fatta critica, la Self-Administration ci ha detto di andare via perché i bombardamenti degli aerei turchi e i jihadisti non avrebbero risparmiato nessuno. Mia figlia, che ha 19 anni, non ho idea di dove sia: ad Afrin, in un campo profughi o chissà dove, ci siamo perse e non riesco a contattarla. E’ terribile. Ad Afrin avevo una bella casa con tanti alberi di ulivo, una campagna con un vigneto. Siamo in una situazione molto difficile, abbiamo perso tutto. Vivevamo in pace, i nostri ragazzi andavano a scuola. Mia figlia conosce 5 lingue, il curdo, il turco, l’arabo, il francese e l’inglese. Nonostante tutti questi problemi siamo convinti che ritorneremo in città. Non vogliamo nessun aiuto dalle organizzazioni umanitarie, vogliamo solo tornare. I jihadisti hanno rubato tutto, la mia casa è ora occupata da una famiglia islamista di Ghouta. All’inizio volevo suicidarmi, non l’ho fatto solo per i miei due bambini. Vivevamo in pace, da un giorno all’altro mi sono ritrovata in una tenda.”

Campi profughi: racconti su Afrin

AFRIN, A VOICE FROM INSIDE “Bombardamenti, esplosioni, urla…questa era la situazione ad Afrin quando siamo stati costretti a lasciare la città. Hanno ucciso tanti civili, a loro non importava nulla di noi; sparavano e bombardavano indiscriminatamente. Siamo dovuti scappare senza poter prendere nulla con noi. Gli invasori hanno circondato e bombardato i villaggi e tutti noi siamo stati costretti a fuggire in città. Alla fine, quando la situazione si è fatta critica, la Self-Administration ci ha detto di andare via perché i bombardamenti degli aerei turchi e i jihadisti non avrebbero risparmiato nessuno. Mia figlia, che ha 19 anni, non ho idea di dove sia: ad Afrin, in un campo profughi o chissà dove, ci siamo perse e non riesco a contattarla. E’ terribile. Ad Afrin avevo una bella casa con tanti alberi di ulivo, una campagna con un vigneto. Siamo in una situazione molto difficile, abbiamo perso tutto. Vivevamo in pace, i nostri ragazzi andavano a scuola. Mia figlia conosce 5 lingue, il curdo, il turco, l’arabo, il francese e l’inglese. Nonostante tutti questi problemi siamo convinti che ritorneremo in città. Non vogliamo nessun aiuto dalle organizzazioni umanitarie, vogliamo solo tornare. I jihadisti hanno rubato tutto, la mia casa è ora occupata da una famiglia islamista di Ghouta. All’inizio volevo suicidarmi, non l’ho fatto solo per i miei due bambini. Vivevamo in pace, da un giorno all’altro mi sono ritrovata in una tenda.”Inizia così la testimonianza di Zafeth all’interno del campo profughi ‘Newroz’, dove ci sono, oltre a 170 famiglie di Afrin, anche 165 famiglie yazide, presenti nel campo dal 2014 quando fuggirono dal Shengal (Irak) dall’aggressione dello Stato Islamico.Se da un lato nel nostro viaggio abbiamo avuto la possibilità di riscontrare tutti gli sforzi ed i progressi che la Self-administration sta facendo giorno dopo giorno nella ricostruzione materiale, morale ed etica di una nuova società, dall’altro lato i segni indelebili della guerra continuano a palesarsi dinanzi ai nostri occhi. Tra questi, le centinaia di persone che, sparse qua e là, sono scappate dall’ultima invasione militare avvenuta ad Afrin da parte della Turchia, il 20 gennaio scorso. Le loro storie, simili tra loro, nascondono ciascuna una tragedia diversa. Il responsabile del Newroz Camp ci dice: “Abbiamo riscontrato che le donne fuggite da Afrin hanno gli stessi traumi delle donne yazide fuggite da Shengal. Questo dimostra che dietro c’è la stessa mentalità criminale: loro (si riferisce a Daesh e agli altri gruppi jihadisti) attaccano tutti, cristiani, yazidi, curdi, arabi. Odiano chiunque abbia una mentalità diversa dalla loro”.Continua il racconto di un’altra rifugiata: “Ad Afrin noi curdi siamo sempre stati ospitali con tutti, aperti a tutte le culture, non abbiamo fatto nessun attacco terroristico in Europa. Anzi, abbiamo combattuto il terrorismo, i nostri figli e le nostre figlie si sono sacrificati per questo. E la risposta degli Stati Europei e della Comunità Internazionale è stata il via libera alla Turchia per invadere le nostre terre”.Uno degli obiettivi di questo nostro viaggio in Rojava era quello di visitare la regione di Shebba che ospita i 170.000 profughi di Afrin, al fine di verificarne le condizioni. Ma il Regime di Assad, che controlla le strade per accedervi, non ci ha dato il permesso. Regime che sta cercando di approfittare della situazione drammatica in cui versano i popoli. Le testimonianze raccolte ci raccontano di come il Regime stia cercando di far arruolare i più giovani tra gli sfollati di Afrin tra le fila del suo esercito. Lungo il nostro cammino, ci fermiamo nel villaggio cristiano di Tal Nassri, dove oggi vivono 66 famiglie per un totale di 237 persone. “Siamo arrivati il 18 marzo. Questo prima era un villaggio di siriani cristiani, fuggiti quando Daesh ha occupato questi territori. La chiesa siriana ha messo le case vuote a disposizione e la Self-Admnistration ci sta aiutando per sistemarle. Purtroppo, nonostante Daesh si sia ritirato senza combattere, ha distrutto tutto prima di fuggire. Adesso ci sono tanti problemi strutturali, ma stiamo cercando di risolverli al meglio. Questi mesi sono stati molto difficili per noi. Dopo 58 giorni di bombardamenti siamo fuggiti solo con i vestiti che avevamo addosso. Le nostre famiglie sono disperse, alcuni sono a Shebba, altri in altre città. Qui stiamo cercando di ricostruire una vita ma non è per nulla facile. Nessuna organizzazione internazionale umanitaria si è mai fatta vedere.’’I racconti continuano uno dopo l’altro; arriva una donna e inizia subito a raccontare quello che ha vissuto: “gli ultimi giorni sono stati terribili, i bombardamenti erano incessanti. Le bombe turche colpivano indiscriminatamente le case dei civili, gli ospedali o le panetterie. Mio figlio è morto e sono dovuta fuggire senza poter recuperare il suo corpo. Non c’era nessun motivo per invadere Afrin. Era l’unica zona della Siria che non era mai stata attraversata dal conflitto. Ospitavamo decine di migliaia di profughi fuggiti da altre zone della Siria e vivevamo in pace tra curdi e arabi. Si stavano sviluppando vari progetti sociali ed economici per migliorare le relazioni e lo stile di vita delle persone: Erdogan ha voluto distruggere il nostro modello di società e Russia e USA glielo hanno fatto fare. La Turchia vuole annientare noi curdi, la nostra storia. Sapete qual è la prima cosa che hanno fatto le truppe turche entrate ad Afrin? Abbattere la statua del Newroz, simbolo dell’identità curda”.Interviene Amedh: “Ora ad Afrin stanno creando un’amministrazione formata da curdi che fanno parte dell’intelligence turca. Noi non riconosciamo quell'amministrazione.” Durante questi racconti pieni di dolore e rabbia, che si affollano uno sull’altro perché ciascuno di loro ha voglia di raccontare e cercare di capire e chiedere, una domanda ci viene ripetuta più e più volte: “Perché gli Stati europei e gli Stati Uniti sono rimasti in silenzio? Perché non hanno fermato la Turchia? Perché il Papa ha ricevuto Erdogan mentre il suo esercito ci bombardava? Migliaia di nostre figlie e di nostri figli sono morti per fermare l’espansione dello Stato islamico, sono morti anche per voi, per difendere le vostre città dalla follia terrorista di Daesh. Perché allora non ci avete aiutato?’’.Il dramma che hanno vissuto queste persone sembra non avere fine.“Il 90% delle persone si sono dirette immediatamente verso Shebba, distante 20 km dalla città di Afrin. Una zona piccola, che non riesce ad accogliere tutti. Durante la traversata in diversi hanno perso la vita, soprattutto bambini, in molti sono sopravvissuti a stento a causa della mancanza di acqua e di cibo. Alcuni stremati hanno preferito tornare indietro e non abbandonare le proprie case.” “Noi siamo in una situazione drammatica, ma chi è rimasto dentro Afrin perché non è riuscito a fuggire o non ha voluto abbandonare la sua casa, la propria terra e i propri animali sta ancora peggio. Una ragazza di 12 anni, Ila Aslah, è stata chiesta in moglie da uno dei jihadisti. La madre e il padre, vedendo davanti a loro un miliziano armato, hanno accettato ma, al contempo, hanno chiesto la possibilità di averla con sé per l’ultima notte e poterla preparare per le nozze. La notte stessa la famiglia è fuggita e fortunatamente è riuscita ad arrivare a Shebba sana e salva. Questa è una storia finita bene, ma nella maggioranza dei casi le ragazze scompaiono e/o vengono stuprate. Si presentano dinanzi alla porta di casa e con le loro armi intimidiscono e forzano le famiglie: chiunque provi ad obiettare o a lamentarsi, viene accusato di far parte del PKK. Chi è tornato ad Afrin non c’è giorno che passi che non se ne penta. Hanno distrutto persino il cimitero: non hanno rispetto nemmeno dei morti.”Mentre parliamo arriva una telefonata ad Amedh, dall’altro lato del telefono c’è un suo parente che si trova ad Afrin.Amedh imposta il cellulare sul vivavoce: “C’è caos nella città, stanno rubando le proprietà a chiunque. Non possiamo circolare liberamente, al massimo possiamo uscire nel nostro quartiere per comprare lo stretto necessario di cui abbiamo bisogno. Impediscono la circolazione e non vogliono che ci vediamo con le persone che vivono negli altri quartieri. Le donne non possono uscire più da sole: ci sono continui stupri, ragazze scomparse nel nulla, rapimenti ed abusi sessuali a chiunque si muova da sola. Abbiamo paura per le nostre figlie. Coloro che sono sospettati di essere sostenitori della Self-Administration, vengono maltrattati dall’esercito turco. Stanno portando persone da Goutha e da Homs: gli danno le nostre case. Stanno reintroducendo la sharia, alcune famiglie yazide sono state forzate ad andare alla moschea, obbligano le persone a pregare e gli uomini a crescersi la barba. Non so cosa dire, ma la situazione è drammatica.”Si conclude con queste parole la telefonata. Prima di salutarci, come i combattenti, anche loro con forza ribadiscono: “Non rinunceremo alle nostre case, né alla nostra terra o ai nostri ulivi, non lasceremo le nostre proprietà ai mercenari jihadisti e ai turchi. Ci riprenderemo Afrin.”

Slået op af YaBasta Bologna i 24. maj 2018

Inizia così la testimonianza di Zafeth all’interno del campo profughi ‘Newroz’, dove ci sono, oltre a 170 famiglie di Afrin, anche 165 famiglie yazide, presenti nel campo dal 2014 quando fuggirono dal Shengal (Irak) dall’aggressione dello Stato Islamico.

Se da un lato nel nostro viaggio abbiamo avuto la possibilità di riscontrare tutti gli sforzi ed i progressi che la Self-administration sta facendo giorno dopo giorno nella ricostruzione materiale, morale ed etica di una nuova società, dall’altro lato i segni indelebili della guerra continuano a palesarsi dinanzi ai nostri occhi. Tra questi, le centinaia di persone che, sparse qua e là, sono scappate dall’ultima invasione militare avvenuta ad Afrin da parte della Turchia, il 20 gennaio scorso. Le loro storie, simili tra loro, nascondono ciascuna una tragedia diversa.

Il responsabile del Newroz Camp ci dice: “Abbiamo riscontrato che le donne fuggite da Afrin hanno gli stessi traumi delle donne yazide fuggite da Shengal. Questo dimostra che dietro c’è la stessa mentalità criminale: loro (si riferisce a Daesh e agli altri gruppi jihadisti) attaccano tutti, cristiani, yazidi, curdi, arabi. Odiano chiunque abbia una mentalità diversa dalla loro”.

Continua il racconto di un’altra rifugiata: “Ad Afrin noi curdi siamo sempre stati ospitali con tutti, aperti a tutte le culture, non abbiamo fatto nessun attacco terroristico in Europa. Anzi, abbiamo combattuto il terrorismo, i nostri figli e le nostre figlie si sono sacrificati per questo. E la risposta degli Stati Europei e della Comunità Internazionale è stata il via libera alla Turchia per invadere le nostre terre”.

Uno degli obiettivi di questo nostro viaggio in Rojava era quello di visitare la regione di Shebba che ospita i 170.000 profughi di Afrin, al fine di verificarne le condizioni. Ma il Regime di Assad, che controlla le strade per accedervi, non ci ha dato il permesso. Regime che sta cercando di approfittare della situazione drammatica in cui versano i popoli. Le testimonianze raccolte ci raccontano di come il Regime stia cercando di far arruolare i più giovani tra gli sfollati di Afrin tra le fila del suo esercito.

Lungo il nostro cammino, ci fermiamo nel villaggio cristiano di Tal Nassri, dove oggi vivono 66 famiglie per un totale di 237 persone.
“Siamo arrivati il 18 marzo. Questo prima era un villaggio di siriani cristiani, fuggiti quando Daesh ha occupato questi territori. La chiesa siriana ha messo le case vuote a disposizione e la Self-Admnistration ci sta aiutando per sistemarle. Purtroppo, nonostante Daesh si sia ritirato senza combattere, ha distrutto tutto prima di fuggire. Adesso ci sono tanti problemi strutturali, ma stiamo cercando di risolverli al meglio. Questi mesi sono stati molto difficili per noi. Dopo 58 giorni di bombardamenti siamo fuggiti solo con i vestiti che avevamo addosso. Le nostre famiglie sono disperse, alcuni sono a Shebba, altri in altre città. Qui stiamo cercando di ricostruire una vita ma non è per nulla facile. Nessuna organizzazione internazionale umanitaria si è mai fatta vedere.’’

I racconti continuano uno dopo l’altro; arriva una donna e inizia subito a raccontare quello che ha vissuto: “gli ultimi giorni sono stati terribili, i bombardamenti erano incessanti. Le bombe turche colpivano indiscriminatamente le case dei civili, gli ospedali o le panetterie. Mio figlio è morto e sono dovuta fuggire senza poter recuperare il suo corpo. Non c’era nessun motivo per invadere Afrin. Era l’unica zona della Siria che non era mai stata attraversata dal conflitto. Ospitavamo decine di migliaia di profughi fuggiti da altre zone della Siria e vivevamo in pace tra curdi e arabi. Si stavano sviluppando vari progetti sociali ed economici per migliorare le relazioni e lo stile di vita delle persone: Erdogan ha voluto distruggere il nostro modello di società e Russia e USA glielo hanno fatto fare. La Turchia vuole annientare noi curdi, la nostra storia. Sapete qual è la prima cosa che hanno fatto le truppe turche entrate ad Afrin? Abbattere la statua del Newroz, simbolo dell’identità curda”.

Interviene Amedh: “Ora ad Afrin stanno creando un’amministrazione formata da curdi che fanno parte dell’intelligence turca. Noi non riconosciamo quell’amministrazione.”

Durante questi racconti pieni di dolore e rabbia, che si affollano uno sull’altro perché ciascuno di loro ha voglia di raccontare e cercare di capire e chiedere, una domanda ci viene ripetuta più e più volte: “Perché gli Stati europei e gli Stati Uniti sono rimasti in silenzio? Perché non hanno fermato la Turchia? Perché il Papa ha ricevuto Erdogan mentre il suo esercito ci bombardava? Migliaia di nostre figlie e di nostri figli sono morti per fermare l’espansione dello Stato islamico, sono morti anche per voi, per difendere le vostre città dalla follia terrorista di Daesh. Perché allora non ci avete aiutato?’’.

Il dramma che hanno vissuto queste persone sembra non avere fine.
“Il 90% delle persone si sono dirette immediatamente verso Shebba, distante 20 km dalla città di Afrin. Una zona piccola, che non riesce ad accogliere tutti. Durante la traversata in diversi hanno perso la vita, soprattutto bambini, in molti sono sopravvissuti a stento a causa della mancanza di acqua e di cibo. Alcuni stremati hanno preferito tornare indietro e non abbandonare le proprie case.”

“Noi siamo in una situazione drammatica, ma chi è rimasto dentro Afrin perché non è riuscito a fuggire o non ha voluto abbandonare la sua casa, la propria terra e i propri animali sta ancora peggio. Una ragazza di 12 anni, Ila Aslah, è stata chiesta in moglie da uno dei jihadisti. La madre e il padre, vedendo davanti a loro un miliziano armato, hanno accettato ma, al contempo, hanno chiesto la possibilità di averla con sé per l’ultima notte e poterla preparare per le nozze.

La notte stessa la famiglia è fuggita e fortunatamente è riuscita ad arrivare a Shebba sana e salva. Questa è una storia finita bene, ma nella maggioranza dei casi le ragazze scompaiono e/o vengono stuprate. Si presentano dinanzi alla porta di casa e con le loro armi intimidiscono e forzano le famiglie: chiunque provi ad obiettare o a lamentarsi, viene accusato di far parte del PKK. Chi è tornato ad Afrin non c’è giorno che passi che non se ne penta. Hanno distrutto persino il cimitero: non hanno rispetto nemmeno dei morti.”
Mentre parliamo arriva una telefonata ad Amedh, dall’altro lato del telefono c’è un suo parente che si trova ad Afrin.

Amedh imposta il cellulare sul vivavoce: “C’è caos nella città, stanno rubando le proprietà a chiunque. Non possiamo circolare liberamente, al massimo possiamo uscire nel nostro quartiere per comprare lo stretto necessario di cui abbiamo bisogno. Impediscono la circolazione e non vogliono che ci vediamo con le persone che vivono negli altri quartieri. Le donne non possono uscire più da sole: ci sono continui stupri, ragazze scomparse nel nulla, rapimenti ed abusi sessuali a chiunque si muova da sola. Abbiamo paura per le nostre figlie.

Coloro che sono sospettati di essere sostenitori della Self-Administration, vengono maltrattati dall’esercito turco. Stanno portando persone da Goutha e da Homs: gli danno le nostre case. Stanno reintroducendo la sharia, alcune famiglie yazide sono state forzate ad andare alla moschea, obbligano le persone a pregare e gli uomini a crescersi la barba. Non so cosa dire, ma la situazione è drammatica.”

Si conclude con queste parole la telefonata.

Prima di salutarci, come i combattenti, anche loro con forza ribadiscono: “Non rinunceremo alle nostre case, né alla nostra terra o ai nostri ulivi, non lasceremo le nostre proprietà ai mercenari jihadisti e ai turchi. Ci riprenderemo Afrin.”

© 2013 UIKI-Onlus Team

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