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Ad Afrinè iniziata nello stesso modo

Ad Afrinè iniziata nello stesso modo

Da alcune settimane in Siria del nord si trova una delegazione della campagna femminista “Gemeinsam Kämpfen” [Lottare Insieme]. A Efrîn persone hanno raccontato come hanno vissuto l’invasione all’inizio dell’anno.

Mentre negli ultimi giorni Erdoğan minaccia il cantone di Cizîrê, visitiamo un villaggio di famiglie fuggite da Efrîn. Nell’edificio del consiglio del villaggio di Til Nasri, una parte della delegazione della campagna “Gemeinsam kämpfen” incontra il consiglio dei profughi di Efrîn che hanno trovato rifugio in questo villaggio. Un incontro che ci entra sotto la pelle. Per cinque ore le testimoni oculari e protagoniste della guerra a Efrîn ci raccontano della loro vita, piangiamo e ridiamo insieme. Nella stanza aleggia che quello che hanno vissuto potrà incombere anche sulla gente nel cantone di Cizîrê.

“Siamo stati tutti a Efrîn fino all’ultimo minuto della guerra, ora qui hanno trovato rifugio 118 famiglie”, ci riferisce Ehlam Omer. Til Nasri in realtà è un villaggio assiro che nel 2015 è stato occupato da IS. Centinaia di persone sono state sequestrate, alcune giustiziate davanti alle telecamere accese. Dopo, quasi tutti gli assiri e le assire hanno lasciato il villaggio. Durante la liberazione di questo villaggio nella lotta contro IS ha perso la vita Ivana Hoffmann di Duisburg. Ma di questo parleremo in altra sede.

Inizialmente Ehlam ci racconta come si è sviluppata la rivoluzione a Efrîn. Nel giro di un anno per esempio, in tutti i 366 villaggi sono state costruite scuole in lingua curda. L’esercito del regime siriano si era ritirato da Efrîn, in larga misura senza combattere. Per sette anni Efrîn è stato sotto un embargo quasi totale, è stato necessario costruire strutture per l’approvvigionamento autonomo. Nonostante questo sono state accolte e assistite decine di migliaia di persone provenienti da Aleppo e Shahba. Ovunque sono state costruite comuni di donne e di certo Efrîn era il luogo nel quale il sistema del movimento delle donne era più sviluppato.

„Il 23 gennaio aerei da guerra turchi verso le 4 di pomeriggio iniziarono a bombardare Efrîn. Inizialmente non abbiamo preso tanto sul serio le minacce di Erdogan. Non potevamo immaginare che avrebbe bombardato così tanti villaggi perfino la città di Efrîn. Ero andata in città per visitare amici. Mi raggiunse una chiamata, al telefono c’era mio figlio minore che gridava di venire subito, il villaggio veniva bombardato. Sono quasi morta di paura, non trovavo una macchina che mi portasse al villaggio, i telefoni non funzionavano più.“ Fino alle 4 di mattina incertezza, anche su mia figlia che si trovava nella postazione delle YPJ che veniva bombardata.

„Quello che ho vissuto, qui lo hanno vissuto tutte le madri, perché da quasi ogni famiglia c’erano figlie e figli nelle YPG e YPJ.“ Riferisce poi che tutte e tutti i combattenti delle YPG e YPJ erano di Efrîn, perché per via dell’assedio della Turchia da ogni lato, era stata costruita un’autodifesa all’interno della popolazione. „Abbiamo cercato di fare azioni contro la guerra lungo il confine, di metterci di fronte ai soldati come scudi umani, ma hanno sparato contro le donne. Fatma, una madre di tre bambini, è rimasta uccisa. La Turchia aveva preparato campi sull’altro lato, volevano spopolare il territorio.“

Ehlam riferisce inoltre che la popolazione era decisa a non indietreggiare, ma che i jet da combattimento turchi bombardarono i villaggi in modo spietato. Nonostante questo inizialmente le persone credevano che la città sarebbe stata risparmiata. Anche convogli civili che erano arrivati come sostegno da Minbic, Kobanê e Cizîrê, furono bombardati dal cielo. Prima da jet, poi anche da droni armati.

“Non avevamo esperienza nella lotta contro un esercito della NATO”, racconta Heval Xelîl. “Ma senza gli attacchi aerei sul terreno avremmo potuto difendere Efrîn ancora per dei mesi. Il 90 percento delle e dei combattenti e civili sono caduti a causa degli attacchi aerei.” Mentre siamo qui sedute insieme e parliamo, sul televisore appeso al muro scorrono immagini delle attuali minacce di Erdogan, si vede Trump, carri armati sul confine. “A Efrîn è iniziata allo stesso modo“, dice Heval Xelîl. “Ora Trump dice che si ritireranno. A Efrîn è stata la Russia, anche loro si sono ritirati. Se ora si ritirano gli USA, è la stessa cosa.” Questi attacchi aerei hanno avuto enormi effetti psicologici sui bambini. Giocano solo con dei bastoni, come se fossero armi. Xelîl indica l’esterno, dove in effetti alcuni bambini corrono su e giù e fingono di spararsi addosso con i fucili. “Mio figlio minore dopo la guerra non ha parlato per tre messi e ogni notte bagnava il letto”, racconta Rûxweş.

“A un certo punto è stato chiaro che nessuno sarebbe uscito vivo dalla città. Abbiamo dovuto andarcene. Siamo fuggiti a Şehba. Quando siamo arrivati lì, ha squillato il mio telefono. Era la comandante di mia figlia Kurdistan. Kurdistan si era unita alle YPJ. Il 15 marzo, quando abbiamo dovuto lasciare Efrîn, è caduta nel corso di un attacco aereo.” Tra le lacrime Ehlam continua a raccontare che Kurdistan le aveva detto: “Mamma se dovessi cadere, devi cantare una canzone per me.” Non posso cantare questa canzone prima che sarò tornata sul suolo di Efrîn. Molte madri non hanno reso nota ufficialmente la morte dei loro figli, lo faremo solo quando saremo tornate a Efrîn. Kurdistan voleva che cantassi questa canzone per lei a casa. Mia figlia è caduta per il nostro Paese e noi abbiamo dovuto lasciare questa terra lo stesso, questa per me è la cosa più grave. Per Erdoğan non si trattava solo di appropriarsi della terra e di saccheggiarci, ma anche di commettere un genocidio nei confronti delle curde e dei curdi. Per non lasciargli questa soddisfazione abbiamo lasciato Efrin. Ma vogliamo tornare nella nostra terra, per la quale sono caduti i nostri figli. Anche se qui tutto venisse ricoperto d’oro, io voglio tornare nella nostra terra.”

Le altre annuiscono. Ehlam riferisce ancora: “Oggi Erdoğan fa nuove minacce contro Cizîrê. Ma per noi non c’è più ripiegamento, non c’è spazio. Quando eravamo a Efrîn potevamo ancora dire, andiamo a Şehba. Quando eravamo a Şehba, potevamo dire andiamo a Cizîrê. Ora che siamo a Cizîrê, non c’è più un altro posto dove potremmo andare. Non andiamo da nessuna parte. Quanto dovrà durare ancora tutto questo? Tutta questa gente, dove deve andare?”

La domanda risuona nella stanza. Poi un breve momento di silenzio nel quale ognuna di noi è persa nei suoi pensieri. Elham continua a parlare: “Chiediamo una zona di divieto di sorvolo sul nordest della Siria. Senza bombe ci sappiamo difendere. Il mio altro appello è rivolto agli Stati della NATO perché si oppongano alle aggressioni di Erdogan. Nessuno deve restare in silenzio di fronte a questa follia. Non vogliamo armi da nessuno, chiediamo solo una volontà politica di prendere posizione contro l’attacco della Turchia.”

© 2013 UIKI Onlus Team

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