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Acqua come arma

Acqua come arma

L’Iraq attribuisce la responsabilità per la scarsità dell’acqua alla diga turca. Ma ci sono altre cause- Sono immagini allarmanti quelle che negli ultimi giorni sono arrivate dall’Iraq. A piedi giovani uomini attraversano il Tigri nei pressi di Bagdad, l’acqua a tratti gli arriva solo fino alle ginocchia. Insieme all’Eufrate il fiume costituisce le arterie vitali della regione nota come Mesopotamia (terra tra i fiumi) che comprende l’Iraq, come parti della Turchia e della Siria. Dato che il rifornimento di acqua potabile di metropoli come Bagdad, Mossul e Basra dipende dalle acque del Tigri, gli agricoltori temono per la loro esistenza. Inoltre i paesaggi paludosi nel sud dell’Iraq riconosciuti come patrimonio dell’umanità dell’UNESCO sono a rischio di prosciugamento.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Iraq ha rapidamente individuato un colpevole: la Turchia. Perché all’inizio del mese i media turchi avevano comunicato che era iniziata la creazione dell’invaso attraverso la grande diga di Ilisu. L’ente idrico turco DSI aveva dichiarato che il primo di tre tunnel di deviazione che sono stati creati durante la costruzione della diga sarebbe stato chiuso.

La diga lunga 1.800 metri arginerebbe il Tigri a 65 chilometri dal confine iracheno in un lago grande oltre 300 chilometri quadrati. Anche in Turchia si litiga sulla diga di Ilisu che viene costruita nell’ambito del Progetto Sudest Anatolia (GAP) dagli anni ’80 con oltre 22 dighe di sbarramento. Perché 199 villaggi nonché la città nelle rocce di Hasankeyf vecchia di oltre 12.000 anni con i suoi monumenti archeologici affonderebbero nel flusso del Tigri, la varietà di flora e fauna nella valle del Tigri verrebbe distrutta. Fino a 78.000 persone fino ad ora attive nell’agricoltura verrebbero espulse verso gli slum delle metropoli più vicine di Batman e Diyarbakir senza indennizzi sufficienti.

 Critici della diga di Ilisu da tempo fanno notare che questa serve meno alla produzione di energia ma piuttosto a obiettivi strategici. Verrebbero allagate vie di collegamento e rifugi della guerriglia curda. Ma in particolare sarebbe possibile usare la preziosa acqua come arma per il ricatto dei Paesi vicini Iraq e Siria.

A fronte delle preoccupazioni di Bagdad il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan apparentemente si è mostrato resipiscente. Facendo riferimento al mese di digiuno del Ramadan la scorsa settimana ha fatto riaprire le paratoie e ha indicato come nuova data per l’inizio della creazione dell’invaso il 1 luglio. Gli avversari della diga che da anni lottano contro il progetto Ilisu ammoniscono che si tratterebbe solo di un bluff di Erdogan che in questo vorrebbe dimostrare al Paese vicino la sua disponibilità alla collaborazione, ma anche il suo potere.

»La creazione dell’invaso non è ancora iniziato, questa è propaganda a fronte delle elezioni in Turchia«, dichiara l’ingegnere idraulico Ercan Ayboga del »Movimento Ecologico Mesopotamia« a junge Welt. Notizie nei media a questo proposito mirerebbero in particolare a spezzare la resistenza contro la costruzione della diga. Il Tigri da anni porterebbe così poca acqua che non sono mai stati usati contemporaneamente tutti e tre i tunnel. Inoltre i lavori per la diga non sarebbero affatto conclusi e gli abitanti dei villaggi e di Hasankeyf non sarebbero ancora stati re-insediati. Ayboga si mostra convinto che al più presto sarebbe possibile iniziare la creazione dell’invaso il prossimo anno.

L’attuale siccità in Iraq avrebbe cause diverse da Ilisu, si dice in un comunicato stampa della »Iniziativa per il salvataggio di Hasankeyf« dell’inizio della settimana. Rimanda a scarse precipitazioni e in particolare gli sbarramenti già esistenti degli affluenti del Tigri in Turchia e in Iran. L’attuale scarsità di acqua tuttavia fornisce un piccolo assaggio di ciò che l’Iraq rischia in caso di un’effettiva creazione dell’invaso del Tigri. Fino al 45 percento di acqua in meno sarebbe a disposizione del Paese. »Il governo iracheno dovrebbe agire rapidamente e chiamare in causa la legalità internazionale e meccanismi diplomatici con tutta l’energia possibile per proteggere i diritti e gli interessi dei cittadini dalla Turchia e dall’Iran«, chiede l’Iniziativa.

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